Il cigno

July 14, 2010

A Victor Hugo

I
Penso a voi, Andromaca! – Proprio quel fiumiciattolo
umile e triste specchio dove rifulse un tempo
l’immensa maestà dei vostri dolori di vedova,
che ingrossasti di lacrime, quel falso Simoenta,

ha fecondato a un tratto la fertile memoria
mentre passavo per il nuovo Carrousel.
– La vecchia Parigi non c’é più (l’aspetto
d’una città cambia più in fretta, ahimè! d’un cuore):

solo in spirito vedo quel vasto accampamento
di baracche, quei capitelli sbozzati, colonne,
erbe, massi inverditi dall’acqua di pozzanghere
e alle vetrine il confuso ciarpame variopinto.

Là c’era un serraglio una volta. Là un mattino
nell’ora in cui sotto il cielo freddo e chiaro
il Lavoro si sveglia e sospingono gli spazzini
per l’aria silenziosa un torbido uragano,

vidi un cigno fuggito dalla sua gabbia:
con i piedi palmati sfregando il secco selciato
sul terreno ruvido trascinava il bianco piumaggio.
Presso un rigagnolo asciutto, col becco spalancato

tuffava nervosamente le ali nella polvere,
e diceva, il cuore colmo del bel lago natale:
“Acqua, quando cadrai? quando tuonerai, folgore?”
Rivedo quell’infelice, mito strano e fatale,
a volte verso il cielo, come l’uomo d’Ovidio,
verso il cielo ironico e crudelmente azzurro,
protendere l’avida testa sul collo convulso,
come se rivolgesse il suo rimprovero a Dio!

II
Parigi cambia! ma niente nella mia malinconia
s’é mosso! Palazzi nuovi, impalcature, blocchi,
vecchi quartieri, tutto per me diventa allegoria
e pesano più di macigni i miei cari ricordi.

Così davanti a questo Louvre un’immagine m’opprime:
penso al mio grande cigno, con i suoi gesti insensati,
come gli esiliati ridicolo e sublime,
corroso da un desiderio che non ha tregua! E a voi,

Andromaca, dalle braccia del vostro grande sposo
caduta in mano al superbo Pirro, povero agnello,
curva ed estatica presso un sepolcro vuoto;
vedova di Ettore, ahimè! e moglie di Eleno.

Penso alla negra, denutrita e tisica,
che scalpiccia nel fango e cerca, l’occhio smarrito,
gli alberi assenti di cocco della superba Africa
dietro la muraglia infinita della nebbia;

a chiunque ha perduto quello che mai, mai
più si ritrova! A quanti si abbeverano di pianto
e succhiano il Dolore come una buona lupa!
Ai magri orfani, appassiti come fiori!

Così nella foresta dove il mio spirito s’esilia
un vecchio Ricordo suona il corno a pieni polmoni!
Penso ai marinai dimenticati in un’isola, ai prigionieri, ai
vinti!… a quanti altri ancora!

~ Baudelaire, “Les fleurs du mal”.

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