Il viaggio

July 14, 2010

A Maxime du Camp

I
Per il bambino innamorato delle mappe e delle stampe
l’universo è pari alla sua immensa voglia.
Ah! com’è grande il mondo alla luce della lampada!
com’è piccolo il mondo aigli occhi del ricordo!

Un mattino si parte, cervello in fiamme, gonfio
il cuore di rancori e desideri amari,
e andiamo, abbandonati al ritmo delle onde,
cullando il nostro infinito sul finito dei mari:

chi lieto di fuggire una patria ignobile;
altri l’orrore della propria nascita, e alcuni,
negli occhi d’una donna inabissati astrologhi,
la tirannica Circe dagli insidiosi profumi.

Per non essere mutati in bestei, s’ubriacano
di spazio e di luce e dei cieli di brace;
il gelo che li morde, i soli che li abbronzano,
cancellano lentamente la traccia dei baci.

Ma i veri viaggiatori partono per partire;
cuori leggeri, simili a palloni,
mai cercano di sfuggire al loro destino,
e, senza sapere perché, dicono sempre: Andiamo!

Quelli i cui desideri hanno la forma delle nuvole,
e sognano, come un coscritto sogna il cannone,
voluttà vaste, multiformi, sconosciute,
di cui lo spirito umano non conosce il nome!

II
Imitiamo nel loro valzer, nel loro rimbalzare
la trottola e la palla, orrore! anche nel sonno
la Curiosità ci tormenta e ci fa turbinare
come un Angelo perfido che va frustando i soli.

Strana peripezia in cui la meta si sposta;
può essere dovunque, non essendo in nessun luogo!
L’Uomo dalla speranza mai stanca, senza sosta
corre come un pazzo per trovare riposo.

L’anima nostra è un tre alberi che cerca la sua Icaria;
una voce sul ponte “Aprite l’occhio!” risuona;
un’altra voce, ardente e folle, grida dalla gabbia:
“Amore… gioia… gloria!”. Dannazione, è uno scoglio!

Ogni isolotto avvistato dall’uomo di guardia
appare un Eldorado promesso dal Destino;
l’Immaginazione che architetta la sua orgia
scopre un piatto frangente alla luce del mattino.

Povero sognatore di terre chimeriche!
Non è da incatenarsi e da buttarsi al mare,
il marinaio ubriaco inventore d’Americhe,
il cui miraggio rende l’abbiso più amaro?

Così il vecchio accattone scalpicciando nel fango
sogna, col naso in aria, paradisi di luce;
una Capua si svela al suo occhio incantato
dovunque una candela illumini un tugurio.

III

Stupefacenti viaggiatori! Che magnifiche storie
leggiamo nei vostri occhi profondi come i mari!
Mostrateci gli scrigni della vostra ricca memoria,
quei gioielli stupendi fatti di stelle e spazi.

Desideriamo viaggiare senza nave nè vela!
Fate, per distrarre la noia delle nostre prigioni,
sfilare sui nostri spiriti tesi come una tela,
in cornici d’orizzonti, le vostre visioni…

Dite, che avete visto?

IV

Abbiamo visto astri
ed acque; e poi ancora sabbie sterminate;
malgrado molte sorprese e improvvisi disastri,
proprio come qui, ci siamo spesso annoiati.

La gloria del sole sopra il mare violetto,
la gloria delle città nel sole morente,
ci accendevano in cuore un entusiasmo inquieto
di tuffarci in un cielo dal riflesso chimerico.

Le più ricche città, i paesaggi più grandiosi
per noi non contenevano gli arcano sortilegi
di quelli che compone con le nuvole il caso,
e sempre il desiderio ci faceva assorti!

– La gioia al desiderio non fa che aggiungere forza.
Desiderio, vecchio albero a cui il piacere è concime,
i tuoi rami, mentre s’ingrossa e s’indurisce la scorza,
vogliono poter vedere il sole più da vicino!

Crescerai sempre, albero immenso, più tenace
del cipresso? – Pure, meticolosamente abbiamo
raccolto qualche schizzo per il vostro album vorace,
fratelli per cui è bello solo ciò che è lontano!

Abbiamo salutato idoli con la proboscide,
troni tempestati di gioielli sfarzosi:
palazzi cesellati la cui pompa fiabesca
sarebbe per i banchieri un sogno rovinoso;

costumi variopinti che sono per gli occhi una festa,
donne che hanno dipinte le unghie e i denti,
e giocolieri esperti carezzati dai serpenti.

V

E poi, e poi ancora?

VI

O cervelli infantili!
Per non dimenticare la cosa principale,
abbiamo visto ovunque, senza averlo cercato,
sparso da cima a fondo della scala fatale,
il noioso spettacolo dell’eterno peccato:

La donna, schiava vile, stupida e presuntuosa,
che si ama senza nausea e tutta seria si adora;
l’uomo, tiranno ingordo, vizioso, duro e cùpido,
schiavo d’una schiava, ruscello nella fogna;

il boia che gode, il martire che geme; la festa
a cui il sangue aggiunge aroma e condimento;
il veleno del potere che logora il despota,
il popolo innamorato della frusta abbruttente;

molte religioni simili a quella nostra,
tutte alla scalata del Cielo: la Santità,
come in letti di piume un sibarita si crogiola,
in mezzo ai chiodi e al crine trova la voluttà;

l’Umanità che chiacchiera, ebbra del suo genio
e, folle oggi come lo era in principio,
impreca a Dio, nella furibonda agonia:
“Mio padrone, mio simile, io ti maledico!”

E i meno sciocchi, gli arditi, amanti della Demenza,
che fuggono il gregge enorme stipato dal Destino
e vanno a rifugiarsi nell’oppio immenso!
– Questo del globo intero l’eterno bollettino.

VII

Sapienza amara quella che si ricava dal viaggio!
Il mondo, monotono e piccolo, ieri, oggi,
domani, sempre, ci mostra di noi la stessa immagine:
un’oasi d’orrore in un deserto di noia!

Partire? restare? Se puoi restare, resta;
parti, se necessario. Chi corre e chi si tappa in casa
per ingannare il nemico vigilante e funesto,
il Tempo! Ahimè! alcuni corrono senza una pausa

come l’Ebreo errante, come gli apostoli;
treni e battelli, nulla per loro è abbastanza
per fuggire il reziario infame; e ce n’è altri
che sanno ucciderlo senza lasciare la stanza.

Quando ci metterà il piede sulla schiena
potremo infine sperare e grideremo: Avanti!
come altre volte partivamno per la Cina,
lo sguardo fisso al largo ed i capelli al vento,

c’imbarcheremo sul mare delle Tenebre
con il cuore gioioso d’un passeggero giovinetto.
Ascolta il richiamo suadente e funebre
di quelle voci che cantano: “Di qui, voi che volete

mangiare il Loto fragrante! Qui è la vendemmia
dei frutti prodigiosi di cui i cuori hanno fame;
venite a inebriarvi della dolcezza strana
di questo pomeriggio che non avrà mai fine!”

Dalla voce familiare riconosciamo lo spettro;
di laggiù i nostri Piladi ci tendono le braccia.
“Per rinfrescarti il cuore va’ verso la tua Elettra!”
dice quella cui coprivamo i ginocchi di baci.

VIII

Morte, vecchio capitano, è ora! leviamo l’ancora!
Questo paese ci annoia, o Morte! Salpiamo!
Se cielo e mare sono neri come l’inchiostro
i cuori che ben conosci sono raggianti!

Versaci il tuo veleno perché ci riconforti!
vogliamo, tanto ci brucia la mente questo fuoco,
tuffarci in fondo all’abisso, Inferno o Cielo, che importa?
Per trovare il nuovo nel grembo dell’Ignoto!

~ Baudelaire, “Les fleurs du mal”.

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