Benedizione

September 11, 2010

« Quando, per decreto delle potenze supreme,
il Poeta compare in questo mondo annoiato,
sua madre spaventata, traboccando bestemmie,
verso Dio stringe i pugni, che ha pietà del suo stato:

– “Ah! avessi partorito un groviglio di vipere
piuttosto che nutrire questa derisione!
Maledetta la notte e il suo piacere effimero,
che concepì il mio ventre la mia espiazione!

Poiché tu m’hai scelta fra tutte le donne
ad essere il disgusto del mio triste marito
e poiché non posso, come un biglietto d’amore,
rigettare nel fuoco questo mostro rachitico,

farò rimbalzare il tuo odio che mi accascia
sul dannato strumento della tua malvagità
e tanto torcerò questa miseria di albero
che non aprirà mai i suoi bottoni impestati!”

E così ringhiottendo la schiuma del suo odio,
non comprendendo nulla degli eterni disegni,
lei stessa appresta in fondo alla Geenna i roghi
consacrati da sempre ai delitti materni.

Ma sotto la tutela invisibile d’un Angelo
il bimbo diseredato s’inebria di sole,
e in tutto ciò che beve e in tutto ciò che mangia
ritrova il nettare vermiglio e l’ambrosia.

Gioca con il vento, parla con la nuvola,
della via della croce s’esalta cantando;
piange a vederlo lieto come un libero uccello
lo Spirito che segue il suo pellegrinaggio.

Quelli che vuole amare guardano a lui con timore,
oppure fatti arditi dalla sua tranquillità,
gareggiano a chi sa tirargli fuori un lamento
e su di lui cimentano la propria crudeltà.

Nel pane e nel vino destinati alla sua bocca
mischiano sputi e cenere, e con ipocrisia
mostrano di gettare tutto quello che tocca
e s’incolpano d’essersi trovati sulla sua via.

La sua donna proclama sulle pubbliche piazze:
“Poiché mi trova bella al punto che mi adora,
farò il mestiere degl’idoli dell’antichità
e voglio farmi anch’io coprire tutta d’oro;

m’ubriacherà di nardo, di mirra, d’incenso,
di genuflessioni, di carni e di vini,
per sapere se posso, in un cuore in cui regno,
usurpare ridendo gli omaggi divini!

E quando ne avrò abbastanza di queste farse empie,
poserà su di lui la mia mano fragile e forte,
e le mie unghie simili a quelle delle arpie
sapranno aprirsi una strada fino al suo cuore.

Come un uccello implume che palpita e trema
gli strapperò quel cuore rosso vivo dal petto,
e lo scaglierò in terra con gesto di spregio
per darlo in pasto al mio animale prediletto!”

Al Cielo, dove i suoi occhi vedono un trono splendido,
il Poeta sereno leva le braccia religiose,
e i vasti lampi del suo spirito lucido
gli celano la vista delle folle furiose:

“Sii benedetto, o Dio che dai la sofferenza
come divino farmaco alle nostre impurità,
come la più efficace e la più pura essenza
per preparare i forti alle sante voluttà!

So che sempre riservi uno spazio al Poeta
nelle file felici delle sante Legioni,
e che Tu lo inviti alla festa eterna
delle Virtù, dei Troni e delle Dominazioni.

So che il dolore resta l’unica nobiltà
a cui non morderanno la terra né gl’inferni,
e che per intrecciare la mia corona mistica
pagano il loro scotto le ere e gli universi.

Ma i gioielli perduti dell’antica Palmira,
i metalli ignorati, le perle del mare
dalla tua stessa mano montati, non arrivano
a comporre un diadema così fulgente e chiaro;

perché sarà formato solo di luce pura
attinta al focolare dei raggi primordiali,
di cui gli occhi mortali, nel loro pieno splendore
non sono che gli specchi lacrimosi ed oscuri!” »

~ “Les fleurs du mal”, Baudelaire.

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