January 21, 2011

E poi i due Scogli: uno l’ampio cielo raggiunge
con la cima puntuta: e l’avviluppa una nube
livida; e questa mai cede, mai lume sereno
la sua vetta circonda, né autunno né estate;
né potrebbe mortale scalarlo, né in vetta salire,
quand’anche i suoi piedi fossero venti e venti le mani:
perché nuda è la roccia, che par levigata.
A metà dello Scoglio c’è una buia spelonca,
volta verso la notte, all’Erebo: e qui voi dovete
drizzare la concava nave, splendido Odisseo.
Ma da concava nave un uomo nel fior delle forze
con l’arco mirando la grotta cupa, non la potrebbe raggiungere.
Là dentro Scilla vive, orrendamente latrando:
la voce è come quella di cagna neonata,
ma essa è mostro pauroso, nessuno
potrebbe aver gioia a vederla, nemmeno un dio, se l’incontra.
I piedi son dodici, tutti invisibili:
e sei colli ha, lunghissimi: e su ciascuno una testa
da fare spavento; in bocca su tre file i denti,
fitti e serrati, pieni di nera morte.
Per metà nella grotta profonda è nascosta,
ma spinge le teste fuori dal baratro orribile,
e lì pesca, e lo scoglio intorno intorno frugando
delfini e cani di mare e a volte anche mostri più grandi
afferra, di quelli che a mille nutre l’urlante Anfitrìte.
Mai naviganti si vantano d’averla potuta fuggire
indenni sulla nave: ghermisce con ogni testa
un uomo, afferrandolo dalla nave prua azzurra.
L’altro scoglio, più basso tu lo vedrai, Odisseo,
vicino uno all’altro, dall’uno potresti colpir l’altro di freccia.
Su questo c’è un fico grande, ricco di foglie:
e sotto Cariddi gloriosa l’acqua livida assorbe.
Tre volte al giorno la vomita  e tre la riassorbe
paurosamente. Ah che tu non sia là quando assorbe!

~ Odissea

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