Archive for September, 2012

September 29, 2012

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September 29, 2012

September 28, 2012

There are many other legends,
Incantations that were taught me,
That I found along the wayside,
Gathered in the fragrant copses,
Blown me from the forest branches,
Culled among the plumes of pine-trees,
Scented from the vines and flowers,
Whispered to me as I followed
Flocks in land of honeyed meadows,
Over hillocks green and golden

Many runes the cold has told me,
Many lays the rain has brought me,
Other songs the winds have sung me;
Many birds from many forests,
Oft have sung me lays n concord
Waves of sea, and ocean billows,
Music from the many waters,
Music from the whole creation,
Oft have been my guide and master.
Sentences the trees created,
Rolled together into bundles.

~ Kalevala, translation by J.M. Crawford.

September 22, 2012

« Some suggestions for people in the “complex” living systems field. Think of the forgotten dimensions of the cell (all of them related to structure), which are beyond the world of nucleic acids, which have their own code, and whose information content is orders of magnitude greater than nucleic acids. A single cell can drive cancer to the very last step on the road to the death of a person, in three days, solely by the admirable organization of such dimensions. The main question must be: how is the cell organized? The answer will not come from a molecule, nor from a sequence, but from a vision. »
~ Walter Schubert

September 22, 2012

Guerra, nuvole nere con punti luminosi di cenere incandescente. Boati lontani, profondi, regolari, di esplosioni di bombe. Televisione disattivata, nessuna trasmissione. A casa dei miei, probabilmente. La guerra e’ lunga e lontana, vorrei parteciparvi. Una persona ci chiede chi siamo: rispondiamo “superstiti”. Mentre cammino, una ragazza alta, bionda, giovane, bellissima, che avevo gia’ visto tra i passanti nello stesso sogno, mi si avvicina e mi prende per mano. Non vedo bene il suo volto, ma questa volta e’ definitivamente più’ di una presenza, questa volta sento la sua mano.

September 21, 2012

All’inizio dell’età ellenistica, Ercole (barbato) aveva acquisito il ruolo di protettore delle discipline che univano l’esercizio del corpo a quello della mente.

Spellbound

September 9, 2012

September 9, 2012

Kaiserschmarrn with apples

Om Selvàrec

September 9, 2012

Tra le manifestazioni popolari più semplici, intese a sollecitare il risveglio della natura, quella del ciamar l’erba (chiamare l’erba) sembra la più arcaica. In tal senso si agiva, sia rumoreggiando in diversi modi sopra i suoli erbosi, che percuotendo gli stessi, come pure le piante, con bastoni ingemmati naturalmente o arricchiti di fiori posticci o intagliati.  Il periodo in cui si chiamava l’erba iniziava alla vigilia dell’Epifania, battendo gli alberi da frutto in occasione dei Panevin (nelle zone delle prealpi Bellunesi e Trevigiane), al grido di “carga e mantién par st’ano che vien” (caricati e mantieni per il prossimo anno). Spesso erano i bambini a compiere l’atto di richiamo, come accadeva a Laste di Rocca Pietore, l’ultimo giorno di carnevale, mentre i giva a soné via el carneval (andavano a suonare via il carnevale), o a Vallada, in Val Biois, dove si andava a sgòrde el carneval (scortare, accompagnare il Carnevale, ma anche scacciare. Muniti di campanacci, barattoli di latta e qualsiasi cosa facesse rumore, tutti correvano per le strade e i prati dei villaggi facendo un frastuono infernale. A La Valle Agordina, la sera della vigilia del Giovedì grasso,i ragazzi entranti nell’età puberale, suddivisi in gruppi per frazione, passavano fuori di casa la notte in attesa dei primi albori. Armati di campanacci e corna di mucca, uscivano poi dai loro rifugi a fare il più gran schiamazzo (sonà i campanei) per richiamare lo spuntare dell’erba. Il rito ha un chiaro sapore iniziatico. La medesima cosa, usando una bronzina, faceva anche qualche proprietario di fondi. Analogamente accadeva nel Lamonese e avviene ancora, nel Feltrino, a Tomo, a Porcen e a Seren, in concomitanza al cantamarzo. Battono col bastone l’erba anche i Bèr, i personaggi d’ispirazione pastorale presenti nei carnevali arcaici della valle del Biosis e il Serafic di Falcade, coi suoi campanelli. Richiama il risveglio della natura anche l’Om selvàrech che compare a Rivamonte Agordino in occasione del 25 Aprile, festa di San Marco, come pure, ispirandosi al medesimo personaggio, capita al corteo dei dirimpettai de La Valle, che si apprestano, diversamente, a bruciarlo. Col medesimo concetto di richiamo alla natura avevano a che fare anche le bacchette lavorate e arcuate, arricchite con fiori e nastri, regalate dalle ragazze e brandite dai giovani in occasione della festa di Santa Croce (3 Maggio), nell’Alto Agordino.

Il personaggio “Uomo Selvatico”, tra i più antichi e originali della tradizione alpina, nell’immaginario collettivo delle genti di montagna da sempre fa parte di un contesto culturale che vede il bosco al centro di un mondo dove la saggezza, la magia, la bontà e la cattiveria intrecciano rami contorti che solo la forza dell’animo umano può capire, ammorbidire, addolcire, ma mai piegare o cambiare. L’Om dal bosch, figura leggendaria universale, chiamato altrove Om pelos, Salvan, Salvanel, Gigant, Yeti, Almas, Sasquatch o Bigfoot, è una creatura a metà tra l’uomo e l’animale, tra il raccoglitore e il cacciatore, tra la libertà e il condizionamento. Nelle leggende ladine è presentato come sapiente del bosco, colui che conosce l’accadere naturale e la meteorologia, le ricette segrete dei cibi genuini e degli unguenti miracolosi. Domina la sua forza mettendola a servizio della natura ma non dell’uomo. Schivo, buono e timido, parla poco, e se lo fa esprime saggezza: di cose antiche e di tempi nuovi parla, a volte sereno, a volte preoccupato. Gode fama di protettore ed ausiliatore. Egli avrebbe insegnato alla gente del monte come lavorare il latte per ricavarne burro, formaggio e ricotta. Non a caso la veste con cui lo si rappresenta è tutta intrecciata con un’erba tipica, il colin, il licopodio, utilizzato dai pastori per filtrare il latte dalle impurità. La fama di genio benevolo motiva quella dell’auspicatore. L’Om Selvàrec chiama la nuova stagione col portare in capo rami ingemmati, e reca la fertilità alle donne, con cui balla, percuotendole con una frasca di giovane betulla.

« Tutti gli anni, in autunno, il Salvan si recava presso la famiglia Coz a Tamion presso Vigo di Fassa, a prendersi un regalo. Era di statura media, ricoperto interamente di licheni, muschio e pezzi di bosco. In una mano teneva un grosso bastone ricurvo, l’altra era sempre libera, per prendere e per dare. Solitamente entrava poco prima dell’ora di cena, e chiedeva: “Buon appetito, avete avuto una buona annata nei vostri campi, boschi e prati?” E se il padrone rispondeva “Non è andata male, non ci lamentiamo”, allora il Salvan diceva: “Inlouta delvers magnà e duc i dis assà!“, “Allora mangiate bene e tanto ogni giorno”. Quando la risposta del vecchio Coz era negativa e pessimista, il Salvan diceva: “Inlouta cognede speran magnèr pech e pian pian!“, “Allora dovete mangiare poco e molto lentamente”. Poi prendeva il suo regalo e tornava saltellando nel bosco. »

« Il Salvan buono arriva di sera, entra e sorride
cantando la cena.
Un altro s’è perso nel bosco
e il più gentile è qui,
accanto alla Signora e al Signore del luogo,
a rallegrare e servire la Terra.
Il Salvan racconta, canta sottovoce,
ogni tanto fa l’occhiolino. »

Museo etnografico di Treviso

September 8, 2012

Il più comune modo di mascherare il volto consiste in una tintura con nero fumo (una frizione con un tappo di sughero abbrustolito), o con fuliggine (tolta dalla canna fumaria). Il nero, il colore scuro di fango (del “sotto terra”) è quello pertinente al mondo senza luce degli inferi da cui provengono gli spiriti degli antenati così immaginati in parvenza. Analogo senso hanno i veli o i fazzoletti scuri o neri traforati, al limite, le semplici mascherine scure di contorno agli occhi, come quella portata da Arlecchino, il cui nome sembra derivare da Herle King o Helle Koenig  (re dei morti), ovvero da una famiglia “Herlekini”, già citata nella Historia Ecclesiastica di Oldericus Vitalis, scritta attorno al 1140, che rappresenta una delle prime testimonianze di cristianizzazione del mito dei morti-viventi, presente con molte varianti in tutte le culture popolari europee (la Caza selvàregha o Caccia selvaggia, nota in Inghilterra come Wild Hunt, in Germania Wilde Jagde, in Francia Mesnie Hellequin, in Fassa e nel Feltrino Caza Beatrìch, Caza de Prenot). Questo racconto fantastico è ancora superstite nell’area dolomitica e predolomitica bellunese, dove le figure dannate sono le anime dei cacciatori che non hanno santificato le feste per dedicarsi alla caccia. Esse sono perennemente inseguite da enormi e ferocissimi cani neri che le azzannano, e le loro grida si sentono risuonare per tutte le valli, nelle notti in cui i morti “tornano”.

Nere sono anche alcune larve atteggiate a soffiare, riscontrabili nelle culture arcaiche afro-americane, e che vengono imposte da guaritori o sciamani sul volto di persone da liberare dai mali durante danze, canti, scongiuri e orazioni speciali. Sembrano rimaste alcune tracce di soffiatori anche nelle culture nostrane. La credenza che gli antenati ci soccorrano nel bisogno è d’altronde, da noi, fede popolare.

Nelle zone rurali e montane del Veneto, la Befana si raccontava in modo diverso, più affascinante e tremendo, a partire dai molti altri nomi che poteva assumere: Redòsega (Erodiade, da Hera-Diana, dea lunare, anche regina dell’oscurità sotterranea, con molte varianti), Vècia Maràntega (da mater antiqua, la dea madre, terra), Donàza, Donàcia, Femenàza, e ancora Mantovana o Vecia barbantana. La mitica vecchia sembra compendiare almeno un paio di personaggi-funzione. Era di fatto la padrona-patrona delle filatrici ovvero delle donne (generatrici in quanto tali); non a caso il suo scettro era il fuso su cui avvolgeva il filo individuale della vita (potendola, a sua inoppugnabile decisione, interrompere). In questo senso le sue vesti sono nere come nero è il mondo cui sembra essere intimamente legata, che è quello degli inferi e della notte. In quanto regina della vita e della morte, la vecchia della tradizione popolare è vicina al mito greco-latino delle Parche e agli analoghi del Nord Europa e del resto del mondo.

Il diavolo bifronte di Faedo Vicentino porta la doppia maschera per rappresentare la propria potenza e significare l’onnipresenza. Il volto un tempo veniva solo annerito con la fuliggine e la maschera cornuta e diabolica è subentrata come elemento accrescitivo al significato del personaggio (il Mata, il capogruppo nero dei consueti spiriti ctoni o anime dei defunti). Il volto posteriore è fissato in capo a un supporto ligneo (lo schienale rovesciato di una vecchia sedia, base per trasporti generici di un tempo) con una calotta di protezione superiore, riportata per poter accendere un “moccolo” e rendere l’idea degli occhi infuocati. Lo spazio fra le teste si copre poi con uno scialle nero “da vecchia”. Per il resto, il Diaòl di Faedo porta un grande tabarro scuro e il resto delle vesti è in tinta.