Museo etnografico di Treviso

September 8, 2012

Il più comune modo di mascherare il volto consiste in una tintura con nero fumo (una frizione con un tappo di sughero abbrustolito), o con fuliggine (tolta dalla canna fumaria). Il nero, il colore scuro di fango (del “sotto terra”) è quello pertinente al mondo senza luce degli inferi da cui provengono gli spiriti degli antenati così immaginati in parvenza. Analogo senso hanno i veli o i fazzoletti scuri o neri traforati, al limite, le semplici mascherine scure di contorno agli occhi, come quella portata da Arlecchino, il cui nome sembra derivare da Herle King o Helle Koenig  (re dei morti), ovvero da una famiglia “Herlekini”, già citata nella Historia Ecclesiastica di Oldericus Vitalis, scritta attorno al 1140, che rappresenta una delle prime testimonianze di cristianizzazione del mito dei morti-viventi, presente con molte varianti in tutte le culture popolari europee (la Caza selvàregha o Caccia selvaggia, nota in Inghilterra come Wild Hunt, in Germania Wilde Jagde, in Francia Mesnie Hellequin, in Fassa e nel Feltrino Caza Beatrìch, Caza de Prenot). Questo racconto fantastico è ancora superstite nell’area dolomitica e predolomitica bellunese, dove le figure dannate sono le anime dei cacciatori che non hanno santificato le feste per dedicarsi alla caccia. Esse sono perennemente inseguite da enormi e ferocissimi cani neri che le azzannano, e le loro grida si sentono risuonare per tutte le valli, nelle notti in cui i morti “tornano”.

Nere sono anche alcune larve atteggiate a soffiare, riscontrabili nelle culture arcaiche afro-americane, e che vengono imposte da guaritori o sciamani sul volto di persone da liberare dai mali durante danze, canti, scongiuri e orazioni speciali. Sembrano rimaste alcune tracce di soffiatori anche nelle culture nostrane. La credenza che gli antenati ci soccorrano nel bisogno è d’altronde, da noi, fede popolare.

Nelle zone rurali e montane del Veneto, la Befana si raccontava in modo diverso, più affascinante e tremendo, a partire dai molti altri nomi che poteva assumere: Redòsega (Erodiade, da Hera-Diana, dea lunare, anche regina dell’oscurità sotterranea, con molte varianti), Vècia Maràntega (da mater antiqua, la dea madre, terra), Donàza, Donàcia, Femenàza, e ancora Mantovana o Vecia barbantana. La mitica vecchia sembra compendiare almeno un paio di personaggi-funzione. Era di fatto la padrona-patrona delle filatrici ovvero delle donne (generatrici in quanto tali); non a caso il suo scettro era il fuso su cui avvolgeva il filo individuale della vita (potendola, a sua inoppugnabile decisione, interrompere). In questo senso le sue vesti sono nere come nero è il mondo cui sembra essere intimamente legata, che è quello degli inferi e della notte. In quanto regina della vita e della morte, la vecchia della tradizione popolare è vicina al mito greco-latino delle Parche e agli analoghi del Nord Europa e del resto del mondo.

Il diavolo bifronte di Faedo Vicentino porta la doppia maschera per rappresentare la propria potenza e significare l’onnipresenza. Il volto un tempo veniva solo annerito con la fuliggine e la maschera cornuta e diabolica è subentrata come elemento accrescitivo al significato del personaggio (il Mata, il capogruppo nero dei consueti spiriti ctoni o anime dei defunti). Il volto posteriore è fissato in capo a un supporto ligneo (lo schienale rovesciato di una vecchia sedia, base per trasporti generici di un tempo) con una calotta di protezione superiore, riportata per poter accendere un “moccolo” e rendere l’idea degli occhi infuocati. Lo spazio fra le teste si copre poi con uno scialle nero “da vecchia”. Per il resto, il Diaòl di Faedo porta un grande tabarro scuro e il resto delle vesti è in tinta.

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