Om Selvàrec

September 9, 2012

Tra le manifestazioni popolari più semplici, intese a sollecitare il risveglio della natura, quella del ciamar l’erba (chiamare l’erba) sembra la più arcaica. In tal senso si agiva, sia rumoreggiando in diversi modi sopra i suoli erbosi, che percuotendo gli stessi, come pure le piante, con bastoni ingemmati naturalmente o arricchiti di fiori posticci o intagliati.  Il periodo in cui si chiamava l’erba iniziava alla vigilia dell’Epifania, battendo gli alberi da frutto in occasione dei Panevin (nelle zone delle prealpi Bellunesi e Trevigiane), al grido di “carga e mantién par st’ano che vien” (caricati e mantieni per il prossimo anno). Spesso erano i bambini a compiere l’atto di richiamo, come accadeva a Laste di Rocca Pietore, l’ultimo giorno di carnevale, mentre i giva a soné via el carneval (andavano a suonare via il carnevale), o a Vallada, in Val Biois, dove si andava a sgòrde el carneval (scortare, accompagnare il Carnevale, ma anche scacciare. Muniti di campanacci, barattoli di latta e qualsiasi cosa facesse rumore, tutti correvano per le strade e i prati dei villaggi facendo un frastuono infernale. A La Valle Agordina, la sera della vigilia del Giovedì grasso,i ragazzi entranti nell’età puberale, suddivisi in gruppi per frazione, passavano fuori di casa la notte in attesa dei primi albori. Armati di campanacci e corna di mucca, uscivano poi dai loro rifugi a fare il più gran schiamazzo (sonà i campanei) per richiamare lo spuntare dell’erba. Il rito ha un chiaro sapore iniziatico. La medesima cosa, usando una bronzina, faceva anche qualche proprietario di fondi. Analogamente accadeva nel Lamonese e avviene ancora, nel Feltrino, a Tomo, a Porcen e a Seren, in concomitanza al cantamarzo. Battono col bastone l’erba anche i Bèr, i personaggi d’ispirazione pastorale presenti nei carnevali arcaici della valle del Biosis e il Serafic di Falcade, coi suoi campanelli. Richiama il risveglio della natura anche l’Om selvàrech che compare a Rivamonte Agordino in occasione del 25 Aprile, festa di San Marco, come pure, ispirandosi al medesimo personaggio, capita al corteo dei dirimpettai de La Valle, che si apprestano, diversamente, a bruciarlo. Col medesimo concetto di richiamo alla natura avevano a che fare anche le bacchette lavorate e arcuate, arricchite con fiori e nastri, regalate dalle ragazze e brandite dai giovani in occasione della festa di Santa Croce (3 Maggio), nell’Alto Agordino.

Il personaggio “Uomo Selvatico”, tra i più antichi e originali della tradizione alpina, nell’immaginario collettivo delle genti di montagna da sempre fa parte di un contesto culturale che vede il bosco al centro di un mondo dove la saggezza, la magia, la bontà e la cattiveria intrecciano rami contorti che solo la forza dell’animo umano può capire, ammorbidire, addolcire, ma mai piegare o cambiare. L’Om dal bosch, figura leggendaria universale, chiamato altrove Om pelos, Salvan, Salvanel, Gigant, Yeti, Almas, Sasquatch o Bigfoot, è una creatura a metà tra l’uomo e l’animale, tra il raccoglitore e il cacciatore, tra la libertà e il condizionamento. Nelle leggende ladine è presentato come sapiente del bosco, colui che conosce l’accadere naturale e la meteorologia, le ricette segrete dei cibi genuini e degli unguenti miracolosi. Domina la sua forza mettendola a servizio della natura ma non dell’uomo. Schivo, buono e timido, parla poco, e se lo fa esprime saggezza: di cose antiche e di tempi nuovi parla, a volte sereno, a volte preoccupato. Gode fama di protettore ed ausiliatore. Egli avrebbe insegnato alla gente del monte come lavorare il latte per ricavarne burro, formaggio e ricotta. Non a caso la veste con cui lo si rappresenta è tutta intrecciata con un’erba tipica, il colin, il licopodio, utilizzato dai pastori per filtrare il latte dalle impurità. La fama di genio benevolo motiva quella dell’auspicatore. L’Om Selvàrec chiama la nuova stagione col portare in capo rami ingemmati, e reca la fertilità alle donne, con cui balla, percuotendole con una frasca di giovane betulla.

« Tutti gli anni, in autunno, il Salvan si recava presso la famiglia Coz a Tamion presso Vigo di Fassa, a prendersi un regalo. Era di statura media, ricoperto interamente di licheni, muschio e pezzi di bosco. In una mano teneva un grosso bastone ricurvo, l’altra era sempre libera, per prendere e per dare. Solitamente entrava poco prima dell’ora di cena, e chiedeva: “Buon appetito, avete avuto una buona annata nei vostri campi, boschi e prati?” E se il padrone rispondeva “Non è andata male, non ci lamentiamo”, allora il Salvan diceva: “Inlouta delvers magnà e duc i dis assà!“, “Allora mangiate bene e tanto ogni giorno”. Quando la risposta del vecchio Coz era negativa e pessimista, il Salvan diceva: “Inlouta cognede speran magnèr pech e pian pian!“, “Allora dovete mangiare poco e molto lentamente”. Poi prendeva il suo regalo e tornava saltellando nel bosco. »

« Il Salvan buono arriva di sera, entra e sorride
cantando la cena.
Un altro s’è perso nel bosco
e il più gentile è qui,
accanto alla Signora e al Signore del luogo,
a rallegrare e servire la Terra.
Il Salvan racconta, canta sottovoce,
ogni tanto fa l’occhiolino. »

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