October 19, 2012

Per la prima volta mi sento a mio agio nel parlarti di cose che sento nel profondo. So che questa volta non ti spaventerai, ma le guarderai lucidamente insieme a me, se vorrai, oppure non le guarderai affatto: l’importante è che le legga io, che le scriva io. E’ la prima volta che ne parlo con qualcuno (incluso me stesso), in assoluto. Con lo psicologo non mi sentivo ovviamente a mio agio. Più in generale, parlarne mi ha sempre dato una sensazione complessa, a metà tra imbarazzo, bestemmia, e paura che, descrivendole, le cose che ti sto per dire sarebbero svanite: probabilmente i segnali che sono sulla strada giusta. Prima di continuare ti avverto che parlerò esclusivamente per immagini, quindi i simboli che descriverò e il loro numero non vanno presi alla lettera, anche se sono la migliore approssimazione che conosco alle cose che cerco di spiegare. Più a fondo di così non credo di poter andare, di essere mai andato.

Allora, scavando proprio nel profondo, dentro di me non si trova merda. Quella giace sì a fondo, ma mi sembra si collochi ad uno strato superiore e relativamente sottile. Come dici tu, ho “vissuto” così poco che anche la merda scarseggia. Galleggia quindi, questa merda, sopra un nocciolo perfettamente sferico, interamente di cristallo, perfettamente simile a se stesso, con una complicatissima ma uniforme microstruttura interna: un enorme solido platonico immerso in una poco più grande sacca nera. Ora che ci penso, queste erano le “lame” di acciaio che ti avevo scritto in una delle nostre prime lettere, e che tu non sei forse mai riuscita a capire dove si trovavano. Questo coso non sono io, ho la sensazione che sia come “entrato” in me quando ero bambino o poco più, ma non ricordo esattamente come e quando (quest’estate, nella libreria in cui hai comprato il libro sulle piante, ho trovato per caso una fiaba per bambini che racconta di una stella che entra dentro il cuore di un bambino: mi ha colpito profondamente). Da quello che posso vedere e che ho sempre visto (ma ovviamente potrebbe essere il contrario), non c’entra nulla con i miei genitori, con la mia infanzia, adolescenza, o con qualsiasi altro fattore “sociale”. Sono abbastanza sicuro che esistesse prima della mia adolescenza, ma sono anche consapevole di aver vissuto un bel po’ di infanzia senza di lei. Sotto la sfera giace il mio subconscio, la parte fisiologico-animale, prostrata dalle radiazioni della sfera. Sopra, molto sopra la sfera, sopra strati al di sopra della merda, c’è l’io che ti sta scrivendo, prostrato anch’esso dalle radiazioni della sfera. Il problema fondamentale, il perché sono sistematicamente stanco, e concentrato anche se stanco e incapace di concentrarmi, e astratto, e workaholic, è che questa sfera ci schiavizza da sempre, sia la parte sopra che la parte sotto. La sfera tratta la parte sotto come se fosse un cavallo da soma: si fa trasportare da lui, lo sfrutta per mantenersi in vita, ma lo tratta male, gli dà appena appena la poca biada che serve per farlo sopravvivere, ma ogni giorno, come un cavaliere Unno, lo dissangua fino all’estremo, fino allo sfinimento. Il povero cavallo non sente nemmeno più odori e sapori, da quanto è scheletrico e sfinito. Lo psicologo aveva colto questo lato (probabilmente tutti lo colgono, è pure un archetipo di Jung), ma credeva che fosse l'”io” cosciente a trattare così il subconscio. La sfera, ovviamente, mi impediva anche solo di pensare di esprimere come stavano davvero le cose, e anch’io mi convinsi lì per lì che lo shrink avesse ragione. Apparentemente l’unico modo che il subconscio ha di ribellarsi sono i sogni (l’unica cosa, eccetto l’hardware, ancora sotto il suo controllo), in cui spesso raffigura, guardacaso: (1) guerre, quasi sempre con “alieni” (=cose “ordinate” e “altre” da lui), e sempre cui vorrebbe partecipare, ma non può/non ne ha occasione/non ci riesce (non riesce infatti a opporsi alla sfera in pratica); oppure (2) straordinarie architetture, o straordinarie astronavi o astroporti, o straordinarie città, o straordinarie galassie, che lo abbagliano con la loro complessità, bellezza, ordine e “anima” (sì, queste cose sembrano avere un'”anima” come si può dire abbiano un’anima, un carattere proprio, i grandi dipinti) — eppure, sono solo pallidi riflessi della ricchezza della sfera. La parte sopra, da anni, crede di avere una “missione” da compiere (un leggero brivido mi attraversa, mi imbarazza parlarne), una missione impostale dalla sfera. E si comporta come la parte sotto: si getta agli estremi di se stessa, si annulla, si stanca e si distrugge, perché crede che solo così possa compiere la missione. Non vive in prima persona, è come se giocasse a uno di quei videogiochi in cui ti vedi in terza persona, in cui muovi Lara Croft all’interno del tempio egizio. E’ così, in fondo, che si vede: una pedina, un agente perennemente in servizio, un monaco, un Parsifal, un “qui e ora” utile solo per compiere questa missione. Senza il diritto, il tempo, di avere una soggettività, una vita concreta e reale, un corpo. Sembra la storia di Obi Wan Kenobi. Quale sia la missione nessuno lo sa (la sfera mi dice ironicamente in questo momento che “la scoprirò solo vivendo” — ironicamente perché lei invece la sa). Sono consapevole che in questi anni ho come cercato di “potenziarmi”, di diventare sempre più intellettualmente e artisticamente “ricco”. Ho imparato sulla mia pelle una cosa che credevo impossibile, e cioé che davvero con la volontà è possibile fare qualsiasi cosa si desideri, *diventare* qualsiasi persona si desideri — o almeno, qualsiasi persona desideri la sfera. So chiaramente (e ti garantisco che questa è onestà, non autoinganno) che il posto in cui mi trovo adesso non è quello adatto a “me”, inteso come la somma della parte sotto e della parte sopra, sfera esclusa. Non sono mai stato e non ho mai aspirato a essere come i miei colleghi, e tuttora mi sento distante anni luce da loro, contemporaneamente superiore e inferiore (forse è per questo che, dall’esterno, do la sensazione di essere talvolta ultramodesto, talvolta ultraarrogante). Mi sembrano asettici, insensibili, svuotati, in bianco e nero, i miei colleghi. Ma la sfera mi ha voluto portare qui, e finora c’è riuscita. So che le nuove capacità e immagini che ho acquisito negli ultimi anni sono state assorbite dalla sfera, è come se la sfera avesse avuto una irrefrenabile “fame” che però le altre parti non condividevano. Più la sfera si arricchiva, più le altre parti diventavano sottili e sterili. Non ricordo nemmeno più molto del mio passato, e non perché sia stato tutto così brutto o insignificante (ora che ci penso, nonostante i periodi schifosi dell’università, è stato quasi normale — sì, i miei genitori si sono comportati da pazzi, ma WTF, i genitori si possono sempre mandare a fanculo): é come se quella memoria fosse stata liberata per qualcos’altro, che in realtà a “me” non interessa. L’altro giorno ho parlato un po’ con Emily, e come ti ho già raccontato mi ha fatto intuire che gravava su di lei (e ancora grava pesantemente) un senso di high expectation riconducibile al padre. Non ci avevo mai pensato, ma quello che provo io ogni giorno è molto simile, ma esponenzialmente più “assoluto” perché non é legato a una persona: é come se l’intero universo avesse delle high expectations su di me, ma io non so ancora cosa devo fare e perché. Ogni giorno mi sento in guerra, una guerra lenta come quella dei partigiani, sopravvivo, con la sensazione che morirò appena sarà finita.

So che la parte sopra può combattere, o almeno ridimensionare, la sfera. Ma perché è così difficile se è davvero così terribile? Perché la sfera, come la stele di Odissea nello Spazio, sembra essere la fonte delle cose più belle che riesco a pensare/creare/immaginare, perché ho la sensazione che dentro di lei ci siano frutti ancora più straordinari che aspettano solo di maturare e di essere tirati fuori, perché ho sempre avuto la chiara sensazione che senza di lei sarei una persona “ordinaria”. Quando “lavoro” uso la sfera, quando leggo sento che lei assorbe. Una volta ho avuto una “visione” (non nel senso di “miracolo”: una di quelle cose che vedi quando chiudi gli occhi, quella sorta di pre-sogni ancora a livello cosciente) in cui idee elementari ed estremamente eterogenee galleggiavano nell’aria di una stanza buia, chiusa, come dei granelli di polvere, e spontaneamente si combinavano in splendide molecole complesse. “E’ così che nascono le idee”, mi dissi, e ora che ci ripenso quell’ambiente chiuso è l’interno della sfera. La sfera, ovviamente, è tua nemica. E’ sorprendente che sia riuscito a farti entrare nella mia vita, a darti così tanto spazio sottraendolo a lei. Ma probabilmente l’unico modo per sconfiggerla è proprio il soffocamento. E il capire quando questo tumore si è impiantato in me.

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