Archive for December, 2016

François Marius Granet

December 29, 2016
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December 28, 2016

Un senso di colpa, profondissimo, continuo, in background, mentre faccio qualsiasi cosa, specie le cose normali. Una tensione continua, mi divora da dentro, mi fa guardare l’orologio e mi fa pensare “E’ tardi, non c’e’ più tempo, devi fare”, mi fa male alla testa, continuo mal di testa, e inaridisce il cuore, banalizza, determinizza e distrugge. È così forte che non la sento più. Non riesco a rilassarmi, mai, nel profondo. Sempre in tensione, sempre questa tensione interna che mi rode, mi sgretola, mi disintegra il cuore. Mi sveglio la mattina con un forte mal di testa, sempre, profondo, e un senso di testa bloccata, stanca, non lucida. Sono perennemente stanco, debole, senza forze.

I denti crescono dritti perché la lingua continuamente, impercettibilmente, per anni, li spinge avanti, dice il dentista. Potere dei movimenti involontari, piccoli, accumulati. Potere del tempo. Come la neve si accumula fiocco a fiocco, e d’un tratto ci si accorge che è alta, e che gli strati più profondi sono diventati ghiaccio durissimo.

Mi trovo nel deserto piatto, in alto la luna piena, grande, brillante, vicinissima. C’è una pianura più bassa, una valle, nella quale giace un vulcano attivo. Mi decido a scendere, mi tengo con le mani alla roccia e ai sassi mentre scendo di quota. A un tratto vedo una figura, sul pendio, a metà discesa. Mi colpiscono subito la sua natura sacra da un lato e la sua bidimensionalita’ dall’altro. Sembra una sorta di grande icona russa, piatta. All’inizio mi sembra Gesù,  poi mi sembra di notare che ha 4 o 6 braccia come una divinità indù, infine mi accorgo che quelle sono ali, ali con motivi scuri e inquietanti di farfalla notturna e di falena. Le falene mi spaventano. Anche la testa è di insetto, cavalletta forse, stesso sguardo di carta, senz’anima, senza coscienza. Il resto del corpo sembra umano, veste una tunica o altro abito che trasmette una sensazione di religiosità essenziale, ritirata dal mondo. In mano tiene un libro chiuso. Mi guarda, la guardo. Non si muove, non reagisce, mi segue semplicemente con lo sguardo. Sguardo inscrutabile da controllore alieno, da creatura che chiaramente pensa ma di cui è impossibile capirne il modo. Capisco poi che non è un essere autonomo, è una mia proiezione incapace di prendere decisioni, è uno dei tanti abitanti di questo universo segreto. Continuo a scendere, osservato e osservando.

Arrivo a valle. Mi accorgo che il vulcano non emette vapore e lava geologici, ma gas e fluidi organici, viscosi, dall’odore equivoco, nauseante e attraente al tempo stesso come gli odori ormonali del sesso. La superficie del vulcano è essa stessa coperta di peli pubici, immensa metafora vaginale. Mi decido a scalarlo, toccare peli e fluidi mi disgusta ma devo farlo per arrampicarmi. L’insetto mi guarda, sempre più piccolo, da lontano. La commistione di simboli religiosi, di terrore, e di acri secrezioni organiche, mi convince di essere sulla buona strada. Giungo velocemente in vetta, sotto è un boiler di fluido denso, semitrasparente, viscoso. Mi lascio cadere dentro il cratere.

C’è la poca luce lontana di un pozzo profondo, di una profonda grotta marina. Le pareti di roccia mandano bagliori blu, metallici, gocciolando. Resto a galla. Intorno a me un gran numero di figure nere, con tunica nera, incappucciate, senza volto, vagano galleggiando, ora per metà immerse, ora completamente levitando sopra la superficie liquida. Non ne avevo mai viste così tante, prima. Sembra che questa sia una sorta di sorgente per loro. Sembra che anch’esse non abbiano coscienza, si comportino come insetti, ma in realtà so che la possiedono, e che qualcuna di loro mi parlerà. Mi tuffo nel liquido, ne bevo, riemergo. Una sensazione di felicità e sete orgiastica, di sesso, di piacere sfrenato, di venire, nudo, in quel liquido.

Ora riesco a riconoscere quando entro (spessissimo) nella modalità tradizionale. La vedo e la sento come una sfera di roccia dura, ottusa, stolida, e così limitante. Mi dico “pensa e senti fuori da quella sfera, perché fuori c’è tutto”. Un senso di ampiezza e di pensare più lucido,  quando ne esco.

Salire la scala di un palazzo, in eterno. Avvertire le voci, i frammenti di vita, le piccole quotidianità. Porte aperte o socchiuse, alcuni fanno cenno di entrare. Forse sì, entrare brevemente. Ma poi ripartire subito, continuare a salire.

Scendo da un furgone insieme a due miei amici. Siamo venuti apposta in questa regione piana fino all’orizzonte per guardare il cielo: la luna è grande come il sole, il sole è pallido come la luna, e un altro pianeta grande come la luna, luminoso e grigio come il sole, sta vicino ad entrambi (capirò soltanto dopo che è Venere). Capisco che la luna, il nuovo pianeta o entrambi stanno coprendo il sole, ma la mia vista si sposta immediatamente fuori dall’atmosfera, dove l’oscurarsi del sole permette di percepire straordinari fenomeni sulla sua superficie, esplosioni di magma, flares, bursts. Poi sembra che un’enorme esplosione a catena attraversi il sole, che si brucia ed esaurisce seguendo il fronte d’onda, e si deforma da sfera a bozzo irregolare. Sulla terra si alza un grande vento. Tutto appare nitido e dettagliato a livello molecolare, ma pervaso da una sorta di malinconia.

Per settimane, forse per mesi, sono rimasto in quel liquido pensando a come uscire, a cosa ci fosse dopo. Ovviamente nessuna figura nera mi ha parlato, ma una sorta di tappo si è aperto nel fondale e sono caduto giù, risucchiato in un condotto nero. Per altre settimane mi sono chiesto dove mi trovassi ora. Oggi l’ho visto: è una spaccatura verticale nella roccia, roccia nerissima e secca, asciutta, polverosa, tutto intorno a me. Le pareti sono molto strette, c’è appena lo spazio per passare. È buio. In alto, pochissima luce bianca filtra da una spaccatura sottilissima, altissima come il soffitto di una cattedrale, e si estende lunga a perdita d’occhio. Mi muovo orizzontalmente.

December 28, 2016

“Il poeta si trova a casa sua in ogni selvaggia contrada piu’ che nei templi.” ~ Nietzsche

Let America be America again

December 28, 2016

“Let America be America again.
Let it be the dream it used to be.
Let it be the pioneer on the plain
Seeking a home where he himself is free.

(America never was America to me.)

Let America be the dream the dreamers dreamed—
Let it be that great strong land of love
Where never kings connive nor tyrants scheme
That any man be crushed by one above.

(It never was America to me.)

O, let my land be a land where Liberty
Is crowned with no false patriotic wreath,
But opportunity is real, and life is free,
Equality is in the air we breathe.

(There’s never been equality for me,
Nor freedom in this “homeland of the free.”)

Say, who are you that mumbles in the dark?
And who are you that draws your veil across the stars?

I am the poor white, fooled and pushed apart,
I am the Negro bearing slavery’s scars.
I am the red man driven from the land,
I am the immigrant clutching the hope I seek—
And finding only the same old stupid plan
Of dog eat dog, of mighty crush the weak.

I am the young man, full of strength and hope,
Tangled in that ancient endless chain
Of profit, power, gain, of grab the land!
Of grab the gold! Of grab the ways of satisfying need!
Of work the men! Of take the pay!
Of owning everything for one’s own greed!

I am the farmer, bondsman to the soil.
I am the worker sold to the machine.
I am the Negro, servant to you all.
I am the people, humble, hungry, mean—
Hungry yet today despite the dream.
Beaten yet today—O, Pioneers!
I am the man who never got ahead,
The poorest worker bartered through the years.

Yet I’m the one who dreamt our basic dream
In the Old World while still a serf of kings,
Who dreamt a dream so strong, so brave, so true,
That even yet its mighty daring sings
In every brick and stone, in every furrow turned
That’s made America the land it has become.
O, I’m the man who sailed those early seas
In search of what I meant to be my home—
For I’m the one who left dark Ireland’s shore,
And Poland’s plain, and England’s grassy lea,
And torn from Black Africa’s strand I came
To build a “homeland of the free.”

The free?

Who said the free? Not me?
Surely not me? The millions on relief today?
The millions shot down when we strike?
The millions who have nothing for our pay?
For all the dreams we’ve dreamed
And all the songs we’ve sung
And all the hopes we’ve held
And all the flags we’ve hung,
The millions who have nothing for our pay—
Except the dream that’s almost dead today.

O, let America be America again—
The land that never has been yet—
And yet must be—the land where every man is free.
The land that’s mine—the poor man’s, Indian’s, Negro’s, ME—
Who made America,
Whose sweat and blood, whose faith and pain,
Whose hand at the foundry, whose plow in the rain,
Must bring back our mighty dream again.

Sure, call me any ugly name you choose—
The steel of freedom does not stain.
From those who live like leeches on the people’s lives,
We must take back our land again,
America!

O, yes,
I say it plain,
America never was America to me,
And yet I swear this oath—
America will be!

Out of the rack and ruin of our gangster death,
The rape and rot of graft, and stealth, and lies,
We, the people, must redeem
The land, the mines, the plants, the rivers.
The mountains and the endless plain—
All, all the stretch of these great green states—
And make America again!”

~ Langston Hughes

December 28, 2016

“But the night was enchanting. There was a frost, but it was remarkably still and there was no wind. There was a clear, starry sky. The full moon was bathing the earth in soft silver light.”
~ Dostoyevsky

December 28, 2016

Profumo di mare, vento fresco, sole sulle rocce. Strida di gabbiani. Isolotti rocciosi all’orizonte. Banchi di nuvole bianche e azzurre all’orizzonte, come in un dipinto della Venezia di Canaletto. Lievi onde sulla superficie del mare. Nessuno intorno a me. Dietro di me profumo di bosco, di erba primaverile, di fiori.

December 28, 2016

“During the whole course of my four years in prison I was continually recalling all my past, and seemed to live over again the whole of my life in recollection. These memories rose up of themselves, it was not often that of my own will I summoned them. It would begin from some point, some little thing, at times unnoticed, and then by degrees there would rise up a complete picture, some vivid and complete impression. I used to analyse these impressions, give new features to what had happened long ago, and best of all, I used to correct it, correct it continually, that was my great amusement.”
~ Dostoyevsky

December 28, 2016

“I was breaking off switches from the nut trees to whip the frogs with. Nut sticks make such fine whips, but they do not last; while birch twigs are just the opposite. I was interested, too, in beetles and other insects; I used to collect them, some were very ornamental. I was very fond, too, of the little nimble red and yellow lizards with black spots on them, but I was afraid of snakes. Snakes, however, were much more rare than lizards. There were not many mushrooms there. To get mushrooms one had to go to the birch wood, and I was about to set off there. And there was nothing in the world that I loved so much as the wood with its mushrooms and wild berries, with its beetles and its birds, its hedgehogs and squirrels, with its damp smell of dead leaves which I loved so much, and even as I write I smell the fragrance of our birch wood: these impressions will remain for my whole life.”
~ Dostoyevsky

December 28, 2016

Conoscere un bosco come la propria casa, passeggiarci ogni giorno, notare i minimi cambiamenti quotidiani delle piante, osservare l’arrivo graduale di ciascuna stagione. Ecco, affezionarsi.

Profumo di aghi, di corteccia, di legna appena bruciata. Rumore dei miei passi, di qualche foglia secca che rotola sulla neve, di acqua che si risveglia sotto il ghiaccio, di rami che cigolano contro altri rami. Ogni tanto, un picchio al lavoro. Ogni tanto, una scossa sorda attraversa la superficie del lago ghiacciato. Poi il bosco risuona del latrato triste e cupo dei cani da slitta. I loro occhi ghiacciati trafiggono.

Centinaia di colonne altissime, dipinte con sfumature di marrone e grigio. Archi di giovani tronchi piegati a tutto sesto dalla neve. Pareti e nicchie affrescate di verde, volta a cielo annuvolato. Sul pavimento di neve morbida, fogli di corteccia trasparenti e fragili come carta velina. In tutte le stanze, profumo d’aghi e di legno.

December 28, 2016

“συμβόλον symbolon, an object cut in half constituting a sign of recognition when the carriers were able to reassemble the two halves. In ancient Greece, the symbolon, was a shard of pottery which was inscribed and then broken into two pieces which were given to the ambassadors from two allied city states as a record of the alliance.”