Archive for July, 2018

Nel parco del Gran Sasso — Secondo giorno

July 13, 2018

Passo la mattina in uno stato di profonda spossatezza, per l’effetto combinato di scottature su gambe e braccia, numerosi graffi alle gambe provocati da sterpi ed erbe, e le prime vesciche ai piedi — e per aver trasportato lo zaino da 40 chili, il giorno prima, per 23 chilometri. Smontata la tenda, ricarico l’acqua alla vicina Fonte dei Banditi, che consiste soltanto in un tubo, nel bosco sotto la strada, dal quale sgorga un’acqua purissima e freddissima. Riprendo il sentiero dall’ennesima faggeta, ma il segnale si perde presto, e mi trovo a vagare per ore in un bosco luminoso ma così perfettamente uguale a se stesso in ogni direzione da sembrare un’illusione. É la prima volta che mi perdo completamente, a lungo. Sento la mente saturarsi di disappunto e frustrazione, visto che con uno zaino pesante ogni passo falso, ogni esplorazione per verificare se dopo quel fiumiciattolo ricominci il sentiero, o se la riga gialla su quell’albero sia naturale o artificiale, costa energia, sforzo, liquidi. Desidero così tanto che il sentiero riappaia, che comincio ad allucinarne il simbolo sui tronchi. Questo mix di stanchezza, frustrazione, e sensazione di essere disperso in un luogo che non saprei nemmeno indicare sulla mappa, diventerà la norma in questo viaggio. Ma durerà sempre poco. Il cervello si sposta presto dall’approccio passivo del “seguire” (la mappa, il sentiero), a quello attivo del “costruire“ una soluzione. La mappa, da norma astratta a cui ubbidire, diventa strumento di navigazione. Camminare diventa problem solving, e si fa’ stimolante, un’attività della mente quanto del corpo. Studiando la mappa e il terreno decido di sfruttare l’assenza di sottobosco per scendere la costa verso nord fuori sentiero, visto che alla base della collina dovrebbe passare una statale che segna il confine nord del parco. Alla fine della discesa mi imbatto in sottili linee di filo spinato, quasi invisibili tra i cespugli. Seguendole, raggiungo una strada bianca sterrata, che attraversa un torrentello fresco e schiumante, e che alla fine sfocia sulla strada principale. Noto che il sentiero che ho perso era diretto al paese di Castelli; stanco di perdere ore nel seguire sentieri inaffidabili, decido di raggiungere il paese nel modo più semplice possibile: la strada verso ovest.

Purtroppo la giornata è splendida, e la marcia di ore sulla strada non alberata, a mezzogiorno, si trasforma in un incubo di sole e afa. Il paesaggio è secco, collinare, completamente agreste. I campi profumano di erbe buone. Alcune colline sono usate a pascolo, ma moltissime sono coltivate. Incrocio trattori, masserie, pecore, mucche, qualche raro agriturismo. Il paesaggio è dominato dal giallo scuro, del marrone chiaro e dal verde. Nei viottoli di campagna spicca un fiore con sei petali dal colore rosso-arancione molto intenso, con macchie più scure all’interno, unico sul proprio stelo. Un serpente nero, lungo quanto i miei bastoni, mi taglia la strada. Trovo del fresco sul Colle della Saliera, alla Fonte delle Mandorle, prototipica fontana-abbeveratorio squadrata da cui il Dente del Lupo sembra vicinissimo: acuminato, calcareo, bianchissimo, ma addolcito subito sotto da prati e boschi fitti, e avvolto da nuvole in transito il cui continuo cambiare amplifica, se possibile, l’eternità della roccia.

Avvicinandomi a Castelli, la bellezza e la necessità della natura lasciano gradualmente spazio alla mediocrità e all’inessenzialità della quotidianità umana. Mi viene in mente che nemmeno il campo d’erbe o il bosco che conosciamo di più, che vediamo ogni giorno, ci sembra mai mediocre. Passo davanti alla chiesa e alla scuola di ceramica, raggiungendo infine il centro, minuscolo e semplice quanto incantevole, pullulante di artigiani della ceramica e di vasi di fiori. Costruito su uno sperone di roccia del Monte Camicia, il centro domina con eleganza i colli circostanti, i trattori, le strade, le foreste, il Fosso Rio, tutto, fino all’orizzonte. Mi abbevero alla fontana vicino alla chiesa, lavandomi il viso tra gli sguardi di vecchi e di gente elegante, e riprendo il sentiero, che risulta presto mal segnato persino in paese. Percorro quindi l’ennesima strada dissestata di campagna, in una salita interminabile, e raggiungo il lago senz’acqua di Pagliara. Mi ci accampo. Prima di addormentarmi decido di esplorare un breve sentiero vicino, anch’esso in salita, che dice di portare alle rovine di una rocca. La luce diminuisce, l’atmosfera si fa’ sempre più umida. Con me solo il coltello e una torcia. Non raggiungo la rocca, ma entro in un’alta area rocciosa, con grossi macigni, ampie grotte aperte con ancora le tracce dei fuochi dei pastori e le impronte delle pecore, enormi fenditure nella pietra — fredde, umide, oscure, abitate da vegetazione aliena — e alberelli cresciuti sulla roccia come nei dipinti del Quattrocento. Il tramonto trasforma il Dente del Lupo in una parete rosa pallido. Il bosco forma un profilo netto, nero, omogeneo, perfettamente piatto, contro l’ultima luce nel cielo. Anche le colline si appiattiscono, e costruiscono infiniti piani, di infinite sfumature diverse, intrecciati gli uni agli altri come un tessuto e come una scenografia teatrale al tempo stesso. Ho la sensazione di non essere in grado di assorbire tutti i dettagli di questa bellezza, né di poterli in qualche modo salvare per riviverli. Appare Venere. In basso, nelle finestre di Castelli e nelle piccole masserie sulle colline, si accendono le prime luci. Un ultimo cane abbaia, lontano.

 

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Nel parco del Gran Sasso – Primo giorno

July 10, 2018

La rocca di Calascio si allontana alle mie spalle, ma rimane a lungo all’orizzonte. Prati semplici, paesaggio di campagna, qualche roccia bianca, tanto sole. Avvicinandomi a piedi, coi bastoni, a Castel del Monte, mi sento come un pellegrino medievale; il piccolo paese arroccato, nitido sotto la luce di mezzogiorno, sembra un dipinto del Duecento. “Qua il tempo s’è fermato” mi dice un passante. Mi avvicino quindi al Monte Bolza e alla Cima di Bolza, attraversando prati con erba semplice, fresca, bassa, dominati da gigantesche erbe con grappoli di fiori gialli appesi ad un alto stelo centrale. In alto, vicino al Bolza, compaiono le prime pecore e si sentono le imprecazioni dei primi pastori. I pascoli sono punteggiati da tantissimi piccoli depositi di frammenti di roccia, di un colore che va dal bianco al grigio chiaro, dall’aspetto quasi artificiale. Uccelli scuri girano intorno al Bolza, vicinissimi alla roccia, emettendo un verso lugubre che sentirò ancora ogniqualvolta mi avvicinerò ad un picco. Più in là, un’aquila.

Scavalcato Guado della Montagna continuo a dirigermi a nord, raggiungendo un piccolo canyon che segna il confine sud di Campo Imperatore. Di fronte a me, il Monte Prena, aguzzo e tormentato, e il Monte Camicia, più calmo. All’interno del canyon perdo il sentiero verso est, ma dopo un’ora incrocio una statale che decido di seguire. Il paesaggio si tramuta velocemente nella tipica steppa grigia, ventosa e nuvolosa di Campo Imperatore, le cui colline conservano tuttavia una morbidezza che sembra fuori posto. Da molto lontano si scorge un raduno di bikers e una nuvola di fumo, che si rivela essere un’enorme grigliata di arrosticini. La semplicità di quell’unico avamposto umano mi ricorda quella dei paesini lapponi ai confini con la Norvegia: c’è solo una macelleria, un bar, e un’enorme batteria di griglie self-service. Ricarico l’acqua ad una fontana e chiedo in giro dove mi trovo e come raggiungere il sentiero. Mi mandano a parlare col proprietario del posto, in macelleria, una persona cordialissima che mi dice subito che a Campo Imperatore i percorsi non sono segnati. “Qua siamo a Fonte Vetica. Devi scavallare lì, lo vedi che c’è una specie di sentiero che porta al Vado di Siella, all’inizio di quel boschetto? Lì devi andare, quello è il vado.” indica un punto all’orizzonte, ma di boschi ce ne sono tanti e il sentiero non lo vedo. Decido di proseguire lungo la statale, attraversando da sud a nord un pezzo di Campo Imperatore. Trovo finalmente dei segnali, che cambiano poi colore e si perdono subito nell’immensità dei prati. Un abbeveratoio grigio, rettangolare, il prototipo di molti di quelli che incontrerò in seguito, ha la sobrietà e l’equilibrio degli oggetti di grande design.

Costeggio i boschi e a intuito ritrovo la traccia per salire. Mi arrampico lentamente lungo la costa rocciosa, incontrando resti di alberi selettivamente bruciati. Sotto di me, i prati di Campo Imperatore si fanno sempre più piccoli. Vicino al Vado di Siella sento una sorta di fischio ripetuto: è un camoscio che, dall’alto di una rupe, vicinissimo, mi osserva a lungo, mantenendo saldamente la propria posizione. In cima, la roccia lascia spazio ad un breve prato di erba bassa, dolce malgrado il vento, di un colore verde molto intenso. Attraversandolo metto in fuga un capriolo, che si ripara dietro macigni muscosi e lontani. Per la prima volta mi trovo in mezzo a una nuvola, e la nebbia blu-grigia che avvolge prato e roccia conferisce al paesaggio un’atmosfera sospesa e primigenia, da mitologia nordica. Alla fine del prato il sentiero si insidia in un bosco di faggi che sembra non sia mai stato violato dall’uomo. Entrandovi, ho per la prima volta la sensazione di entrare in casa di qualcuno senza essere stato invitato. Dal prato luminoso, il mio ingresso nel bosco mi ricorda il Dante di Dürer che si accinge a entrare nella selva oscura. Dall’interno, la foresta immobile sembra zona da lupi e orsi. Perdo presto il sentiero: segnali scarsi e numerosi alberi sradicati che supero con fatica. Un verso sconosciuto e vagamente minaccioso mi accompagna per un tratto, poi svanisce. Discendo a intuito la costa di Rigopiano, cercando di muovermi sempre verso nord, e infine riesco a incrociare una statale. Mi accampo in uno spiazzo sassoso appena fuori dalla strada.