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Nel parco del Gran Sasso — Terzo giorno

August 6, 2018

Mi risveglio in un campo d’erba alta ai piedi della parete, la parte esterna della tenda completamente fradicia di bruma. Prendo l’abitudine di ispezionare dettagliatamente i piedi ogni mattina, tagliando la pelle delle vesciche rotte e applicando nuovi cerotti. Il sentiero sale presto per boschi umidi, e porta ai cancelli chiusi di una sorta di serbatoio o di centrale idroelettrica. Appena fuori dai cancelli ricarico l’acqua e mi sciacquo ad una piccola fonte gelida, squadrata e umida, che fa sembrare per un momento la mattinata intera, l’intero bosco, freddi e umidi. Il sentiero scende, costeggiando la recinzione della centrale, poi si triforca. Provo a seguire il pezzo di sentiero in piano che sembra portare alla cascata, ma i rovi e le ortiche diventano subito troppo alti, gli alberi caduti troppo numerosi. Prendo quindi il sentiero in salita, che porta inaspettatamente all’interno del perimetro della centrale. Mi accorgo che l’installazione serve a gestire e contenere le sorgenti del Ruzzo. Nella parete rocciosa a picco c’è una porta chiusa, da cui esce un rumore d’acqua scrosciante dentro strutture metalliche. Sopra la porta, una lastra di marmo con incise scritte latine di epoca fascista, che dichiarano queste le sorgenti del Ruzzo ed elogiano il regime. Al centro della placca ne è stata incastrata un’altra, del ‘47, che ri-dedica la struttura allo scopritore delle sorgenti e distrugge parte del messaggio precedente. Poco più sotto, il torrentello cade impetuoso, forte, fresco, ignaro delle scritte e delle storie degli uomini. Quella porta chiusa e quelle dediche contraddittorie sembrano voler contenere, razionalizzare, nascondere quasi alla vista, la forza priva di pensiero del fiume; insieme alla solitudine, all’umidità, e allo scroscio costante sullo sfondo, creano l’atmosfera sospesa, onirica, di un dipinto preraffaelita. Torno all’incrocio e prendo il terzo e ultimo sentiero, appena visibile nella discesa, reso scivoloso da una sorta di pompa d’acqua guasta che da sempre spruzza un getto d’acqua gelida sulle rocce e sul muschio intorno. Attraverso infine il fiume su un ponte assolato e fresco che guarda la cascata, e vengo inghiottito ancora da faggete oscure, interminabili, umide, senza sottobosco, fino a Fonte Gelata.

Il sentiero interseca una strada che tenta di inerpicarsi sul Monte Brancastello. Lì incontro un simpatico turista di Danzica con la famiglia in macchina, che mi chiede indicazioni non essendo riuscito a parlare Inglese o a ottenere una mappa dei sentieri nell’ufficio del parco. Ci accorgiamo presto di essere diretti lungo lo stesso sentiero, e procediamo insieme, chiacchierando allegramente. Il simbolo del sentiero diventa sempre più raro, e alla fine, sulla costa vicino ad una cascata, siamo costretti a fermarci completamente a causa di alberi caduti che è impossibile superare. Il figlio del turista intravede il sentiero 8-10 metri più sotto, ma la famiglia decide di tornare indietro e mi augura buona fortuna. Aggirare l’ostacolo mi richiederebbe una deviazione di mezza giornata o più, o a monte o nei paesi a valle, quindi decido di provare a scendere lentamente per la scarpata. Per alleggerirmi faccio prima rotolare giù la tenda e il sacco a pelo; dimentico di farli scendere piano, in modo controllato, quindi acquistano troppa velocità e solo per caso si fermano sul ciglio del sentiero più sotto. Per pochi secondi provo una sensazione indescrivibile, un misto di paura di perdere una parte critica dell’equipaggiamento, e di senso di colpa per essere stato così stupido. Provo quindi a scendere piano, con le racchette, ma la scarpata è troppo ripida e il terreno troppo cedevole: ruzzolo giù sul fianco destro del torso e acquisto velocità. In quegli istanti una parte di me pensa di aver commesso un errore critico e di essere irreversibilmente nei guai. Un’altra parte invece (probabilmente la stessa che si occupava di ritrovare la strada nei boschi) afferra una radice e ferma la caduta. Alla fine ho solo qualche graffio, una forte botta alle costole che durerà per settimane, e un po’ di shock, ma sono sul sentiero.

Mi rimetto in spalla l’equipaggiamento e seguo il percorso, che si perde però subito in un fitto sottobosco di ortiche, rovi, alberi caduti e secchi, cespugli con bacche. Guardando la vallata e i paesini sullo sfondo penso di essere davvero in trappola ora, non avendo idea di come attraversare o costeggiare il fiume, non potendo tornare indietro perché risalire la scarpata è praticamente impossibile, e non essendo in grado di descrivere la mia posizione sulla mappa. Mi libero di tutto l’equipaggiamento eccetto del coltello, che uso per tagliare la vegetazione e per avanzare piano nel verde che cinge il bordo del sentiero, aspettandomi di scivolare giù ad ogni istante. Dopo un’ora di esplorazione creo una via che porta ad un guado del fiume, quindi trasporto l’equipaggiamento sull’altra sponda a pezzi, facendo tre viaggi, perché il sottobosco è troppo fitto. Sono nello Spelletro, che fino a poche ore fa sembrava irraggiungibile.

I boschi, in questa zona, hanno qualcosa di oscuro, di inquietante quasi: danno l’impressione di non vedere l’uomo da decenni, e di essere una sorta di organismo indipendente e remoto, con proprie regole e piani. Faggi e qualche abete, ancora niente sottobosco, il terreno roccioso e umido. Delle strisce nette di foresta sono crollate sul sentiero dalla costa di sopra. Dalla regolarità dei loro confini sembrano opera umana, tuttavia i tronchi sono completamente sradicati, e alcuni sono stati distrutti con tale violenza che le listelle di rottura formano una sorta di fiore con petali di legno ricurvo intorno al tronco. Attraversare queste zone richiede energia e pazienza: con un equipaggiamento pesante, l’unico metodo possibile è aggirare i tronchi salendo sulla costa. Scavalco in totale sette piccoli corsi d’acqua, ruscelli naturali o defluvi di prese idroelettriche, di cui quattro nella zona dei Pozzi della Lama Nera. Ad ogni sosta mi ispeziono il corpo, e questa volta scopro due zecche, probabilmente prese alle sorgenti del Ruzzo tentando di farmi strada nel sentiero umido verso la cascata. Mi accampo infine nello spiazzo davanti a Fonte Nera, di fianco agli edifici dell’Enel. Metto i calzini ad asciugare su una corda, e studio la mappa sotto l’ultima luce del tramonto che filtra nella piazzola senz’alberi. Decido di lavarmi alla fonte la mattina seguente. Mi addormento con il gorgogliare del flusso d’acqua della fontana in sottofondo, periodico ma non costante, da cui talvolta sembra levarsi e subito dissolversi l’incerta voce di un’anima. Mi chiedo quali difficoltà dovrò superare domani, e che cosa vedrò, dove sarò, con la stessa incertezza di un bambino che fantastica su cosa farà da grande.

 

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