Archive for September, 2018

Nel parco del Gran Sasso — Quarto giorno

September 23, 2018

Dedico la prima mattina — la tiepida luce del sole inizia a filtrare tra gli alberi — a lavare tutto il corpo, approfittando dello sgorgare costante e copioso della Fonte Nera, all’ombra di grossi faggi. La terra nera intorno all’abbeveratoio è fangosa: la rendo un po’ più stabile con alcune pietre piatte che raccolgo lì intorno, poi stendo un asciugamano su un filo teso tra due rami. Il solo sciacquare le gambe bruciate e graffiate dagli sterpi provoca dolore, ma l’occasione di essere finalmente puliti, l’atto lento di lavar via sangue, terra e sudore, seppure con acqua freddissima, seppure temporaneamente, parla allo spirito di igiene interiore prima ancora che esteriore, di disciplina. Indosso vestiti puliti, raccolgo i calzini messi ad asciugare appena sveglio, bevo un po’ d’acqua, smonto la tenda, riparto. Mi sento efficiente, con pensieri semplici e chiari. Senza rendermene conto però una parte di me sogna ancora, e si chiede, come la sera precedente, dove sarò, cosa avrò visto, alla fine della giornata.

Il bosco di faggi è buio, fitto, con più sottobosco e con un terreno più umido. Attraverso un fiume, costeggio la chiesetta di pietra di S. Nicola. Poi si sale abbastanza in pendenza sui colli, i sentieri sono al solito mal segnalati e mi perdo ripetutamente nei boschi sterminati e isotropi di Colle Castello. Basta che una nuvola densa avvolga il percorso, e la realtà assume in pochi minuti un tono lugubre, sospetto, onirico, che fa proseguire lentamente. All’improvviso il bosco si apre su un pascolo luminoso, sterminato e in salita verso nord, piano e abbastanza breve davanti a me, verso ovest. Il Corno Piccolo appare vicinissimo, come la facciata di un grattacielo, luminoso ma velato da nubi che rapide si disfano e si ricompongono. La parete è così ricca di dettagli, di rughe, chiaroscuri, vegetazione a macchie, di innumerevoli tinte di sole e pietra, che ho ancora una volta la sensazione di non essere in grado di assorbire completamente quell’enorme quantità di bellezza e di dettagli. La traccia del sentiero si perde immediatamente nell’erba folta, che arriva ai gomiti: una zuppa di insetti, secrezioni di piante, bruma, ragnatele. I simboli rossi del sentiero non si scorgono nemmeno su quei macigni lontani, sparpagliati sulla parte alta del prato. Giro a vuoto per molto tempo. Una volta raggiungo anche l’altro lato del bosco — un bosco antico, asciutto, di foglie secche e corteccia, illuminato da una luce calda che filtra tra rami e tronchi grossi. Lo esploro a lungo, ma sembra privo di sentieri chiari, e sembra costeggiare la valle di un altro fiume che non riesco a vedere ma di cui sento lo scroscio. Approfitto dell’assenza di sottobosco per scaricare l’attrezzatura, studiare la mappa, e indossare i pantaloni lunghi impermeabili: con questi, attraversare il pascolo in salita, verso la cima a nord-ovest, sarà più facile. E’ l’unica direzione che rimane da esplorare.

Durante la salita scorgo qualche segnale sulle rocce bianche. Mi fermo per poco al rifugio S. Nicola, un’alta struttura di pietra aperta, abbandonata, che puzza di vecchi bivacchi, dove scopro e rimuovo un’altra zecca. Ricomincio la salita sotto il sole, faticosa per l’attrezzatura pesante, ma mi devo fermare per circa un’ora a causa di altre nuvole che avanzano lente e pesanti, minimizzando la visibilità e assorbendo montagna, alberi, tutto, in un respiro gelido e umido. Durante la pausa lascio l’attrezzatura e salgo piano, con le sole racchette, in avanscoperta. Scopro due tratturi verso nord-est, che seguo per un po’ ma che non sembrano portare da nessuna parte, nonostante la mappa li indichi come parte del Sentiero Italia. Sembrano venire usati regolarmente da bestiame, sento le campane di una mandria vicina, più sotto. Scopro altri segni del sentiero che conducono in alto, e sulla costa intravedo tra le nubi le strutture di una funivia. Ricomincio a salire non appena le nubi scivolano sull’altro lato della montagna. Il Gran Sasso al tramonto si fonde in una combustione primigenia di rocce, nubi e luce. Verso nord-est si stende un altro pascolo, ventoso, umido e cupo, ai piedi del contrafforte della costa. L’erba è scura, ispida, bassa. L’aria fredda trasporta ancora suoni di mandrie e pastori lontani.

Raggiungo infine la cima, che consiste in una funivia dismessa, un rifugio abbandonato, e una grande statua scura della madonna in cima a una doppia scalinata. La vista da qui ricorda schizzi e dipinti di Leonardo e Friedrich: un freddo turbinare di nubi, roccia, vento e luce, mescolati in una colossale reazione chimica. E’ sera inoltrata, le borracce sono quasi vuote, e non ci sono fontane nell’intera installazione. Potrei accamparmi in uno spiazzo dietro il rifugio e superare la notte con la poca acqua rimasta. Vedo però un cartello con il numero di telefono del rifugio Franchetti, in cima al Corno Piccolo. Miracolosamente riesco a chiamare, mi dicono che posso raggiungerlo in un’ora di marcia, ma la linea cade. Comincio quindi l’ascesa verso il rifugio, passando dai 2000 ai 2400 metri. Il sentiero questa volta è facile, ben segnato, tracciato completamente su roccia bianca, ma gli strapiombi, il carico pesante e la stanchezza mi fanno talvolta sentire instabile, e devo aggrapparmi a corde agganciate alla roccia per superare alcuni tratti. Mi sembra di camminare su un altro pianeta, più puro e più semplice. Macigni pallidi, alti strapiombi di roccia bianchissima, lumache nere, fischi di rapaci sulle pareti, alcune minuscole farfalle arancioni, un ghiacciaio lontano, depositi di neve compatta ai bordi del sentiero, aria purissima. Anche i pascoli sono ridotti ai minimi termini, punteggiati da pochi, intensi fiori a cinque petali blu o rosso porpora, con una struttura nera e appuntita alla base. Se mi volto indietro, vedo il sentiero svanire nella nebbia, aggrappato a speroni altissimi. Il sole tramonta tra roccia bianca e grigia, e nuvole tormentate da colonne verticali. Il ghiacciaio sembra attraversato da onde immobili di sabbia marrone, dirette verso la conca centrale. Ghiaioni di ciottoli grigi sembrano depositi di polvere da lontano. Mi sento stanco, ma felice, la testa completamente piena di bellezza, e consapevole che domani la rivedrò ancora.

“In the presence of nature a wild delight runs through the man, in spite of real sorrows. […] I am glad to the brink of fear. […] I am the lover of uncontained and immortal beauty.”
~ Ralph Waldo Emerson

Il rifugio è aggrappato come un uccello ad un sperone di fronte al ghiacciaio. Riempio le borracce ad una fontana collegata al ghiacciaio, stendo i panni al vento freddo, scambio qualche parola con i rocciatori che vi passeranno la notte, mangio un panino preparato col pane rustico e asciutto di queste parti. Stendo il sacco a pelo sul letto a castello in legno di una camerata, e scrivo questi appunti facendomi luce con la torcia. Appena prima del sorgere del sole, la luna brilla ancora insieme a qualche stella, incastonata in un cielo pulito, freddo, azzurro scuro come in un dipinto di Giotto.

On the pursuit of Arete

September 19, 2018

“It is necessary to define as vulgar any pursuit, craft, or science which renders the body, soul, or mind of free men useless for the practice of Arete.”
~ Aristotle

“The credit belongs to the man who is actually in the arena, whose face is marred by dust and sweat and blood, who strives valiantly, who errs and comes up short again and again, because there is no effort without error or shortcoming, but who knows the great enthusiasms, the great devotions, who spends himself for a worthy cause; who, at the best, knows, in the end, the triumph of high achievement, and who, at the worst, if he fails, at least he fails while daring greatly, so that his place shall never be with those cold and timid souls who knew neither victory nor defeat”
~ Theodore Roosevelt, “Citizenship in a Republic”, Speech at the Sorbonne, 1910.

“He who is only a student is too weak, too effeminate.
He who is only an athlete is too crude, too masculine.
The ideal citizen is the scholar-athlete,
A man of thought and a man of action.”
~ Plato

 

September 15, 2018

“Ciò che io so della scienza divina e delle sacre scritture l’ho imparato nei boschi e nei campi. I miei maestri sono stati i faggi e le querce, non ne ho avuti altri. Tu imparerai più nei boschi che nei libri. Alberi e pietre ti insegneranno più di quanto tu possa acquisire dalla bocca di un maestro.” ~ S. Bernardo

September 13, 2018

”Visita interiora terrae, rectificando invenies occultum lapidem” ~ ”L’Azoth des Philosophes”, Basilius Valentinus.

September 8, 2018

~ “Intervention”, Jeongeun Lee, Dresden 2018.

Natural History Museum, Berlin

September 2, 2018