Archive for January, 2019

January 27, 2019

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Nel parco del Gran Sasso – Sesto giorno

January 6, 2019

Passeggio per Campo Imperatore di prima mattina, senza una direzione. Il sole ancora basso non riesce a scaldare la pianura, attraversata ancora in tutte le direzioni da venti veloci e freddi. Il paesaggio è dolce e inquietante: colline lisce, soffici come nuvole, si ripetono in ogni direzione, uguali all’infinito, fino all’orizzonte; anche il cielo è completamente limpido, sterminato, senza punti di discontinuità. Cerco varietà in piccoli dettagli: qualche mandria lontana al pascolo, uccelli minuscoli che bevono la neve da qualche chiazza compatta che ancora resiste al sole, le curve disuguali della strada, le crepe nell’asfalto.

Torno verso Passo del Lupo e scendo verso la pianura. La costa è estremamente ventosa e a tratti scoscesa. Roccia, prati, piccoli abbeveratoi, cedono il posto a qualche albero solitario e ricurvo, poi a boschetti di pini e alla fine di faggi. Quindi il paesaggio si fa’ campestre, i campi riarsi dal sole profumano di buono e mi ricordano quelli di quando ero bambino. Il sentiero porta ad Assergi, un paese dal centro storico fantasma ancora in lenta ricostruzione. Mi riposo dal caldo sugli scalini di una casa del centro, all’ombra, vicino a una fontana. Ho la sensazione di essere l’unica persona in città. Riparto quindi per i Prati Ranno, seguendo un torrentello che trasforma il paesaggio riarso in un dolce e fresco bosco di riva, ricco di alberi e grotte. A sinistra il ruscello, a destra una costa rocciosa, di un marrone intenso e rossastro, che ancora una volta mi ricorda i dipinti del primo Rinascimento con alberelli che crescono su speroni di roccia. Attraverso il ruscello a piedi nudi più volte: l’acqua è fresca ma non ghiacciata, gentile sui piedi che non lavo da giorni. Mi viene in mente che non si può conoscere davvero un territorio se non ci si è mai bagnati i piedi nelle sue acque.

Aumenta la vegetazione e il segnale del sentiero diventa più incerto. Dei cartelli indicano che queste sono terre di partigiani che usavano nascondersi nella Masseria Cappelli e che lì vennero attaccati e soverchiati dai nazisti. Incontro un abitante del posto, giovane, piccolo, simpatico, che mi indica la via e con cui condivido parte della strada e qualche battuta. Poi però il sentiero si perde completamente, nemmeno la mia guida sa aiutarmi, e ci separiamo. Perdo le ultime ore del pomeriggio a cercare il simbolo del sentiero in ogni direzione, finendo talora in un fitto sottobosco, talora in campi attraversati da filo spinato. Alla fine riesco a ritrovare il segnale, ma si fa sempre più debole e infine sparisce. Nonostante sia molto vicino alla successiva tappa del sentiero, e nonostante potrei in teoria semplicemente camminare verso sud fino a raggiungere una strada, preferisco rinunciare: il sottobosco è denso e difficile da navigare, e qualsiasi imprevisto potrebbe bloccare il cammino. Passo quindi la notte in un prato vicino alla Masseria Cappelli, e l’indomani esco dai prati del Vasto seguendo una strada asfaltata, sotto un sole rovente.

Nel parco del Gran Sasso – Quinto giorno

January 6, 2019

Non ho mai passato una mattinata più bella. Il cielo è limpido, il sole brucia e abbaglia la roccia bianchissima, la mia mente è sgombra, il sentiero facile. Faccio una colazione velocissima, ritiro le magliette e le giacche lasciate ad asciugare al vento, riempio di nuovo le borracce, e scendo per gli strapiombi, ansioso di incontrare di nuovo la bellezza di ieri, che al nostro secondo appuntamento sembra sorridere mite, serena, acuta. I rocciatori del rifugio sono già alle pareti, altri risalgono il sentiero con un equipaggiamento leggero. La bianchezza delle rocce e della neve compatta abbaglia; il segno rosso del sentiero, così netto sulla pietra, stupisce; devo reggermi ancora alle corde conficcate ai margini del sentiero. Continuo la discesa oltre la funivia abbandonata, attraversando prati ad alta quota cosparsi di macigni bianchi, un rudere di albergo dismesso, e infine una grande fontana, e faggete che sembrano, da questo lato della montagna, più luminose, e con tronchi grossi, che sanno di antico. Alcuni alberi enormi, nati e cresciuti sullo stesso macigno, sembrano ormai essersi fusi completamente con esso; roccia e tronco hanno assunto con gli anni lo stesso colore, la stessa carne, si sono vestiti con le stesse stoffe di muschio. Ho ormai visto le radici di faggio da tutte le possibili angolazioni, inclusa quella da sotto di questi esemplari che si aggrappano al loro partner di roccia come se avessero dita. Raggiungo infine Prati di Tivo, attraverso velocemente la grande piazza come trattenendo il respiro, cercando di non notare la consueta bruttezza di hotel attivi e dismessi, turisti, auto e bracerie, e imbocco un sentiero.

La Valle del Rio Arno è immersa in una delicata, luminosa dolcezza. Pascoli enormi con erba poco folta, farfalle grigie con piccole macchie nere che si posano sul bastone, tanta luce e tanta acqua limpida, cascatelle minuscole e grosse cascate rumorose, boschi luminosi nutriti da lingue d’acqua costanti, ma soprattutto prati, prati sconfinati, cosparsi ancora di rocce bianche. Nemmeno troppo in alto, sulla cima dei monti che osservano la valle, blocchi di neve e fango compatti giocano a resistere alla forza del sole. Prendo un piccolo sentiero laterale verso la Grotta dell’Oro, e mentre salgo immagino che il sentiero sia rimasto lo stesso dal medioevo, o forse da prima ancora, e fantastico su tutti i pastori, i viandanti, i briganti e i cacciatori che hanno risalito la stessa strada secolo dopo secolo. La grotta, a 1700 metri, è molto ampia e sorprendentemente fredda. Gocce d’acqua cadono dal soffitto e bagnano la sabbia a terra. L’apertura sorveglia le coste del Corno Piccolo e il boschetto appena più sotto.

Anche la Val Maone è dolce e assolata, con tantissimi prati non usati a pascolo e qualche bosco. Per raggiungere il valico a fine valle, il sentiero si inerpica vicino alle nevi compatte, e costeggia un’enorme conca piena di neve e fango nel fondo, circondata da ghiaioni che scendono come valanghe dalle montagne circostanti. Mangio qualche manciata della neve che trovo sul sentiero. Il terreno diventa di roccia bianca, con stelle alpine e altra vegetazione rada e bassa il cui aspetto sembra appartenere ad altre ere geologiche. L’aria si fa’ fredda e ventosa. Da quest’altezza la valle assolata, macchiata da nubi e vapori che mutano in continuazione, circondata da monti maestosi dalle forme e dai colori infinitamente complessi, mi da’ ancora quella vertigine cognitiva, quella sensazione che è impossibile assorbire davvero tutte queste sensazioni, che domani sarà impossibile ricordare e rivivere davvero ciò che vedo e sento ora, se non come approssimazioni pallide e sfocate.

Mi inerpico lungo un ghiaione fino al Passo del Lupo, poi continuo lungo un sentiero in piano verso l’hotel di Campo Imperatore, dove decido di passare la notte. La vista è desolante: tutti gli edifici sembrano in rovina, incluso l’osservatorio; pochi in ricostruzione. Qualche camper è parcheggiato ai bordi della piazza, circondati da adolescenti che parlano al telefono e fanno selfie. E’ sera e ho finito l’acqua, ma non ci sono fontane o fiumi, quindi chiedo informazioni all’unico venditore ambulante rimasto, vicino alla chiesetta. Si lamenta delle condizioni di lavoro, e alla fine mi indica un nuovo ostello che dovrebbe essere aperto; in effetti ci sono luci all’interno, ma non c’è campanello. Provo a bussare ripetutamente, con sempre più forza, ma nessuno apre. Alla fine, un gruppo di turisti anziani da Treviso apre il portone; acconsentono a riempirmi le borracce con l’acqua del bar, hanno voglia di fare conversazione. Mi accorgo che il mio aspetto deve sembrar loro molto selvaggio.

Esploro la piazza a lungo per trovare una posizione per la tenda. C’è molto vento e fa’ freddo, quindi provo a sistemarmi dietro ai muri dell’edificio dell’orto botanico, che sembra abbandonato, ma il terreno è troppo duro per piantare i picchetti e il vento sembra cambiare direzione a ogni istante. Alla fine mi sistemo sul prato dietro ai camper. Montare la tenda richiede tempo a causa del vento costante. Davanti a me gli adolescenti continuano con i selfie. Oltre l’ultima curva della strada si intravedono le sterminate pianure di Campo Imperatore, che ho già in parte attraversato ma che mi propongo di esplorare di nuovo domani. La notte è limpida, si vedono i profili netti delle montagne nere sul fondo appena più chiaro del cielo, le costellazioni, la luna piena, gialla, atmosferica e bassa sull’orizzonte. E la Via Lattea, che risplende enorme, pura e complessa, come una dimostrazione matematica.

“The shows of day, the dewy morning, the rainbow, mountains, orchards in blossom, stars, moonlight, shadows in still water, and the like, if too eagerly hunted, become shows merely, and mock us with their unreality. Go out of the house to see the moon, and ‘t is mere tinsel; it will not please as when its light shines upon your necessary journey.”
~ Ralph Waldo Emerson

 

Sail

January 6, 2019

(taken from There There Workshop)

A lonely sail is flashing white
Amidst the blue mist of the sea!…
What does it seek in foreign lands?
What did it leave behind at home?..

Waves heave, wind whistles,
The mast, it bends and creaks…
Alas, it seeks not happiness
Nor happiness does it escape!

Below, a current azure bright,
Above, a golden ray of sun…
Rebellious, it seeks out a storm
As if in storms it could find peace!

~ Mikhail Lermontov