Archive for the 'Dream' Category

January 25, 2017

“Bastava il nuovo sogno, bastava la nuova, rinnovata brama per rendere sopportabile l’esistenza, per conferirle qualcosa di simile a un senso, per illuminarla e redimerla. Gli amici di Albert, perlomeno quelli che ancora gli restavano, non comprendevano molto bene queste sue fantasie. Di una cosa pero’ s’avvedevano, ed era che Albert viveva sempre piu’ chiuso in se stesso, che parlava sempre piu’ tra se’ e sorrideva in maniera sempre piu’ strana, che era lontanissimo, non partecipava affatto a cio’ che per altri e’ caro e importante, si asteneva dalla politica e dai traffici, non partecipava a gare di tirassegno e a balli, a dotte conversazioni sull’arte, in una parola a nulla di cio’ che prima gli dava gioia. Era divenuto un eccentrico, un mezzo matto, capace di andarsene a passeggiare in una grigia, fredda giornata d’inverno, respirando gli odori e i colori dell’aria gelida, di star dietro a un bambino capace solo di balbettii, di rimanere per ore a fissare un’acqua verde, un’aiuola fiorita, oppure di sprofondare, come un lettore nel proprio libro, nelle linee che scorgeva in un peszetto fi legno tagliato, in una radice o in un tubero. Nessuno piu’ si interessava a lui, che all’epoca viveva in una cittadina straniera.” ~ Hesse

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December 28, 2016

Un senso di colpa, profondissimo, continuo, in background, mentre faccio qualsiasi cosa, specie le cose normali. Una tensione continua, mi divora da dentro, mi fa guardare l’orologio e mi fa pensare “E’ tardi, non c’e’ più tempo, devi fare”, mi fa male alla testa, continuo mal di testa, e inaridisce il cuore, banalizza, determinizza e distrugge. È così forte che non la sento più. Non riesco a rilassarmi, mai, nel profondo. Sempre in tensione, sempre questa tensione interna che mi rode, mi sgretola, mi disintegra il cuore. Mi sveglio la mattina con un forte mal di testa, sempre, profondo, e un senso di testa bloccata, stanca, non lucida. Sono perennemente stanco, debole, senza forze.

I denti crescono dritti perché la lingua continuamente, impercettibilmente, per anni, li spinge avanti, dice il dentista. Potere dei movimenti involontari, piccoli, accumulati. Potere del tempo. Come la neve si accumula fiocco a fiocco, e d’un tratto ci si accorge che è alta, e che gli strati più profondi sono diventati ghiaccio durissimo.

Mi trovo nel deserto piatto, in alto la luna piena, grande, brillante, vicinissima. C’è una pianura più bassa, una valle, nella quale giace un vulcano attivo. Mi decido a scendere, mi tengo con le mani alla roccia e ai sassi mentre scendo di quota. A un tratto vedo una figura, sul pendio, a metà discesa. Mi colpiscono subito la sua natura sacra da un lato e la sua bidimensionalita’ dall’altro. Sembra una sorta di grande icona russa, piatta. All’inizio mi sembra Gesù,  poi mi sembra di notare che ha 4 o 6 braccia come una divinità indù, infine mi accorgo che quelle sono ali, ali con motivi scuri e inquietanti di farfalla notturna e di falena. Le falene mi spaventano. Anche la testa è di insetto, cavalletta forse, stesso sguardo di carta, senz’anima, senza coscienza. Il resto del corpo sembra umano, veste una tunica o altro abito che trasmette una sensazione di religiosità essenziale, ritirata dal mondo. In mano tiene un libro chiuso. Mi guarda, la guardo. Non si muove, non reagisce, mi segue semplicemente con lo sguardo. Sguardo inscrutabile da controllore alieno, da creatura che chiaramente pensa ma di cui è impossibile capirne il modo. Capisco poi che non è un essere autonomo, è una mia proiezione incapace di prendere decisioni, è uno dei tanti abitanti di questo universo segreto. Continuo a scendere, osservato e osservando.

Arrivo a valle. Mi accorgo che il vulcano non emette vapore e lava geologici, ma gas e fluidi organici, viscosi, dall’odore equivoco, nauseante e attraente al tempo stesso come gli odori ormonali del sesso. La superficie del vulcano è essa stessa coperta di peli pubici, immensa metafora vaginale. Mi decido a scalarlo, toccare peli e fluidi mi disgusta ma devo farlo per arrampicarmi. L’insetto mi guarda, sempre più piccolo, da lontano. La commistione di simboli religiosi, di terrore, e di acri secrezioni organiche, mi convince di essere sulla buona strada. Giungo velocemente in vetta, sotto è un boiler di fluido denso, semitrasparente, viscoso. Mi lascio cadere dentro il cratere.

C’è la poca luce lontana di un pozzo profondo, di una profonda grotta marina. Le pareti di roccia mandano bagliori blu, metallici, gocciolando. Resto a galla. Intorno a me un gran numero di figure nere, con tunica nera, incappucciate, senza volto, vagano galleggiando, ora per metà immerse, ora completamente levitando sopra la superficie liquida. Non ne avevo mai viste così tante, prima. Sembra che questa sia una sorta di sorgente per loro. Sembra che anch’esse non abbiano coscienza, si comportino come insetti, ma in realtà so che la possiedono, e che qualcuna di loro mi parlerà. Mi tuffo nel liquido, ne bevo, riemergo. Una sensazione di felicità e sete orgiastica, di sesso, di piacere sfrenato, di venire, nudo, in quel liquido.

Ora riesco a riconoscere quando entro (spessissimo) nella modalità tradizionale. La vedo e la sento come una sfera di roccia dura, ottusa, stolida, e così limitante. Mi dico “pensa e senti fuori da quella sfera, perché fuori c’è tutto”. Un senso di ampiezza e di pensare più lucido,  quando ne esco.

Salire la scala di un palazzo, in eterno. Avvertire le voci, i frammenti di vita, le piccole quotidianità. Porte aperte o socchiuse, alcuni fanno cenno di entrare. Forse sì, entrare brevemente. Ma poi ripartire subito, continuare a salire.

Scendo da un furgone insieme a due miei amici. Siamo venuti apposta in questa regione piana fino all’orizzonte per guardare il cielo: la luna è grande come il sole, il sole è pallido come la luna, e un altro pianeta grande come la luna, luminoso e grigio come il sole, sta vicino ad entrambi (capirò soltanto dopo che è Venere). Capisco che la luna, il nuovo pianeta o entrambi stanno coprendo il sole, ma la mia vista si sposta immediatamente fuori dall’atmosfera, dove l’oscurarsi del sole permette di percepire straordinari fenomeni sulla sua superficie, esplosioni di magma, flares, bursts. Poi sembra che un’enorme esplosione a catena attraversi il sole, che si brucia ed esaurisce seguendo il fronte d’onda, e si deforma da sfera a bozzo irregolare. Sulla terra si alza un grande vento. Tutto appare nitido e dettagliato a livello molecolare, ma pervaso da una sorta di malinconia.

Per settimane, forse per mesi, sono rimasto in quel liquido pensando a come uscire, a cosa ci fosse dopo. Ovviamente nessuna figura nera mi ha parlato, ma una sorta di tappo si è aperto nel fondale e sono caduto giù, risucchiato in un condotto nero. Per altre settimane mi sono chiesto dove mi trovassi ora. Oggi l’ho visto: è una spaccatura verticale nella roccia, roccia nerissima e secca, asciutta, polverosa, tutto intorno a me. Le pareti sono molto strette, c’è appena lo spazio per passare. È buio. In alto, pochissima luce bianca filtra da una spaccatura sottilissima, altissima come il soffitto di una cattedrale, e si estende lunga a perdita d’occhio. Mi muovo orizzontalmente.

December 28, 2016

“I soon discovered that my best comfort was attained if I simply went on in my vision further and further, getting new impressions all the time, and so I began to travel; of course, in my mind. Every night (and sometimes during the day), when alone, I would start on my journeys — see new places, cities and countries; live there, meet people and make friendship and acquaintances… This I did constantly until I was seventeen, when my thoughts turned seriously to invention. Then I observed to my delight that I could visualize with the greatest facility. I need no models, drawings or experiments. I could picture them all as real in my mind… I do not rush into actual work. When I get an idea, I start at once building it up in my imagination. I change the construction, make improvements and operate the device in my mind. It is absolutely immaterial to me whether I run my turbine in thought or test it in my shop.”
~ Tesla

December 26, 2016

[…] “compared by Baudelaire to a “deep and dark mirror”, Leonardo seduces us by his hermeticism, his strangeness.”

“This Leda no more appeals to the delirium of the senses than the Mona Lisa does; it speaks of the obscure mechanism of childbirth, of genetic aberration, of the imperious and primitive surge of life in the depths of the body and the entrails of the earth. Some critics admit to finding the contents of this work terrifying. Looking at it, one senses only too well the transcendence of science: one feels how the painter, in conceiving his picture, had studied the relentless growth of plants, whirlpools of water, and abdomens dissected by flickering candlelight: One grasps above all the fascination, unease, and irrational anguish aroused by the “hideous” idea of procreation and the “great mystery” of woman. … With its idolatrous and tormented naturalism, the painting outraged not so much virtue as Christian reason.”

“His figures are not smiling the smile of inner peace. They are smiling in order to bewitch. … Leonardo sets out to disturb and trouble the emotions. … His subject has ceased to be “a voice crying in the wilderness”. He has reached the ultimate limits of human knowledge; he smiles and points at the source of everything, which amazes him but which is unfathomable.”

~ “Leonardo. The artist and the man”, Serge Bramly.

September 24, 2016


“The night-hag visiting the Lapland witches”, Fuseli.

“This Instrument is of an oval form, made of the bark of the fir, pine, or birch-tree, one end of which is covered with a sort of parchment dressed from the Rein-deer skin. This is loaded ith brass rings artfully fastened to it. The Conjurer then beats it upon his breast with a variety of frantic postures. After this he besmears it with blood, and draws upon it rude figures of various kinds.” ~ Matthew Consett

The bridge

November 4, 2012

« Well I’m goin’ down to the bridge
at the end of the road
and I’m gonna stare down into the waters
and if you see me goin’ down
to the bridge at the end
you will know I’m looking to be free
and if you see me goin’ down to the bridge at the end
and you see me staring down into the waters
well if you see me going down to the bridge at the end
you will know I ain’t coming back no more
and I ain’t gonna be taking no one with me, oh no.
I’m gonna stare down into the waters
and I’m gonna sit down on the banks of the river
Lord knows I won’t be back no more
and I said if I had my way
I’d have left this town long ago. »
~ “The bridge”, VUK.

November 3, 2012

« Les grandes pensées viennent du coeur » ~ Luc de Clapiers.

October 19, 2012

Per la prima volta mi sento a mio agio nel parlarti di cose che sento nel profondo. So che questa volta non ti spaventerai, ma le guarderai lucidamente insieme a me, se vorrai, oppure non le guarderai affatto: l’importante è che le legga io, che le scriva io. E’ la prima volta che ne parlo con qualcuno (incluso me stesso), in assoluto. Con lo psicologo non mi sentivo ovviamente a mio agio. Più in generale, parlarne mi ha sempre dato una sensazione complessa, a metà tra imbarazzo, bestemmia, e paura che, descrivendole, le cose che ti sto per dire sarebbero svanite: probabilmente i segnali che sono sulla strada giusta. Prima di continuare ti avverto che parlerò esclusivamente per immagini, quindi i simboli che descriverò e il loro numero non vanno presi alla lettera, anche se sono la migliore approssimazione che conosco alle cose che cerco di spiegare. Più a fondo di così non credo di poter andare, di essere mai andato.

Allora, scavando proprio nel profondo, dentro di me non si trova merda. Quella giace sì a fondo, ma mi sembra si collochi ad uno strato superiore e relativamente sottile. Come dici tu, ho “vissuto” così poco che anche la merda scarseggia. Galleggia quindi, questa merda, sopra un nocciolo perfettamente sferico, interamente di cristallo, perfettamente simile a se stesso, con una complicatissima ma uniforme microstruttura interna: un enorme solido platonico immerso in una poco più grande sacca nera. Ora che ci penso, queste erano le “lame” di acciaio che ti avevo scritto in una delle nostre prime lettere, e che tu non sei forse mai riuscita a capire dove si trovavano. Questo coso non sono io, ho la sensazione che sia come “entrato” in me quando ero bambino o poco più, ma non ricordo esattamente come e quando (quest’estate, nella libreria in cui hai comprato il libro sulle piante, ho trovato per caso una fiaba per bambini che racconta di una stella che entra dentro il cuore di un bambino: mi ha colpito profondamente). Da quello che posso vedere e che ho sempre visto (ma ovviamente potrebbe essere il contrario), non c’entra nulla con i miei genitori, con la mia infanzia, adolescenza, o con qualsiasi altro fattore “sociale”. Sono abbastanza sicuro che esistesse prima della mia adolescenza, ma sono anche consapevole di aver vissuto un bel po’ di infanzia senza di lei. Sotto la sfera giace il mio subconscio, la parte fisiologico-animale, prostrata dalle radiazioni della sfera. Sopra, molto sopra la sfera, sopra strati al di sopra della merda, c’è l’io che ti sta scrivendo, prostrato anch’esso dalle radiazioni della sfera. Il problema fondamentale, il perché sono sistematicamente stanco, e concentrato anche se stanco e incapace di concentrarmi, e astratto, e workaholic, è che questa sfera ci schiavizza da sempre, sia la parte sopra che la parte sotto. La sfera tratta la parte sotto come se fosse un cavallo da soma: si fa trasportare da lui, lo sfrutta per mantenersi in vita, ma lo tratta male, gli dà appena appena la poca biada che serve per farlo sopravvivere, ma ogni giorno, come un cavaliere Unno, lo dissangua fino all’estremo, fino allo sfinimento. Il povero cavallo non sente nemmeno più odori e sapori, da quanto è scheletrico e sfinito. Lo psicologo aveva colto questo lato (probabilmente tutti lo colgono, è pure un archetipo di Jung), ma credeva che fosse l'”io” cosciente a trattare così il subconscio. La sfera, ovviamente, mi impediva anche solo di pensare di esprimere come stavano davvero le cose, e anch’io mi convinsi lì per lì che lo shrink avesse ragione. Apparentemente l’unico modo che il subconscio ha di ribellarsi sono i sogni (l’unica cosa, eccetto l’hardware, ancora sotto il suo controllo), in cui spesso raffigura, guardacaso: (1) guerre, quasi sempre con “alieni” (=cose “ordinate” e “altre” da lui), e sempre cui vorrebbe partecipare, ma non può/non ne ha occasione/non ci riesce (non riesce infatti a opporsi alla sfera in pratica); oppure (2) straordinarie architetture, o straordinarie astronavi o astroporti, o straordinarie città, o straordinarie galassie, che lo abbagliano con la loro complessità, bellezza, ordine e “anima” (sì, queste cose sembrano avere un'”anima” come si può dire abbiano un’anima, un carattere proprio, i grandi dipinti) — eppure, sono solo pallidi riflessi della ricchezza della sfera. La parte sopra, da anni, crede di avere una “missione” da compiere (un leggero brivido mi attraversa, mi imbarazza parlarne), una missione impostale dalla sfera. E si comporta come la parte sotto: si getta agli estremi di se stessa, si annulla, si stanca e si distrugge, perché crede che solo così possa compiere la missione. Non vive in prima persona, è come se giocasse a uno di quei videogiochi in cui ti vedi in terza persona, in cui muovi Lara Croft all’interno del tempio egizio. E’ così, in fondo, che si vede: una pedina, un agente perennemente in servizio, un monaco, un Parsifal, un “qui e ora” utile solo per compiere questa missione. Senza il diritto, il tempo, di avere una soggettività, una vita concreta e reale, un corpo. Sembra la storia di Obi Wan Kenobi. Quale sia la missione nessuno lo sa (la sfera mi dice ironicamente in questo momento che “la scoprirò solo vivendo” — ironicamente perché lei invece la sa). Sono consapevole che in questi anni ho come cercato di “potenziarmi”, di diventare sempre più intellettualmente e artisticamente “ricco”. Ho imparato sulla mia pelle una cosa che credevo impossibile, e cioé che davvero con la volontà è possibile fare qualsiasi cosa si desideri, *diventare* qualsiasi persona si desideri — o almeno, qualsiasi persona desideri la sfera. So chiaramente (e ti garantisco che questa è onestà, non autoinganno) che il posto in cui mi trovo adesso non è quello adatto a “me”, inteso come la somma della parte sotto e della parte sopra, sfera esclusa. Non sono mai stato e non ho mai aspirato a essere come i miei colleghi, e tuttora mi sento distante anni luce da loro, contemporaneamente superiore e inferiore (forse è per questo che, dall’esterno, do la sensazione di essere talvolta ultramodesto, talvolta ultraarrogante). Mi sembrano asettici, insensibili, svuotati, in bianco e nero, i miei colleghi. Ma la sfera mi ha voluto portare qui, e finora c’è riuscita. So che le nuove capacità e immagini che ho acquisito negli ultimi anni sono state assorbite dalla sfera, è come se la sfera avesse avuto una irrefrenabile “fame” che però le altre parti non condividevano. Più la sfera si arricchiva, più le altre parti diventavano sottili e sterili. Non ricordo nemmeno più molto del mio passato, e non perché sia stato tutto così brutto o insignificante (ora che ci penso, nonostante i periodi schifosi dell’università, è stato quasi normale — sì, i miei genitori si sono comportati da pazzi, ma WTF, i genitori si possono sempre mandare a fanculo): é come se quella memoria fosse stata liberata per qualcos’altro, che in realtà a “me” non interessa. L’altro giorno ho parlato un po’ con Emily, e come ti ho già raccontato mi ha fatto intuire che gravava su di lei (e ancora grava pesantemente) un senso di high expectation riconducibile al padre. Non ci avevo mai pensato, ma quello che provo io ogni giorno è molto simile, ma esponenzialmente più “assoluto” perché non é legato a una persona: é come se l’intero universo avesse delle high expectations su di me, ma io non so ancora cosa devo fare e perché. Ogni giorno mi sento in guerra, una guerra lenta come quella dei partigiani, sopravvivo, con la sensazione che morirò appena sarà finita.

So che la parte sopra può combattere, o almeno ridimensionare, la sfera. Ma perché è così difficile se è davvero così terribile? Perché la sfera, come la stele di Odissea nello Spazio, sembra essere la fonte delle cose più belle che riesco a pensare/creare/immaginare, perché ho la sensazione che dentro di lei ci siano frutti ancora più straordinari che aspettano solo di maturare e di essere tirati fuori, perché ho sempre avuto la chiara sensazione che senza di lei sarei una persona “ordinaria”. Quando “lavoro” uso la sfera, quando leggo sento che lei assorbe. Una volta ho avuto una “visione” (non nel senso di “miracolo”: una di quelle cose che vedi quando chiudi gli occhi, quella sorta di pre-sogni ancora a livello cosciente) in cui idee elementari ed estremamente eterogenee galleggiavano nell’aria di una stanza buia, chiusa, come dei granelli di polvere, e spontaneamente si combinavano in splendide molecole complesse. “E’ così che nascono le idee”, mi dissi, e ora che ci ripenso quell’ambiente chiuso è l’interno della sfera. La sfera, ovviamente, è tua nemica. E’ sorprendente che sia riuscito a farti entrare nella mia vita, a darti così tanto spazio sottraendolo a lei. Ma probabilmente l’unico modo per sconfiggerla è proprio il soffocamento. E il capire quando questo tumore si è impiantato in me.

September 29, 2012

September 28, 2012

There are many other legends,
Incantations that were taught me,
That I found along the wayside,
Gathered in the fragrant copses,
Blown me from the forest branches,
Culled among the plumes of pine-trees,
Scented from the vines and flowers,
Whispered to me as I followed
Flocks in land of honeyed meadows,
Over hillocks green and golden

Many runes the cold has told me,
Many lays the rain has brought me,
Other songs the winds have sung me;
Many birds from many forests,
Oft have sung me lays n concord
Waves of sea, and ocean billows,
Music from the many waters,
Music from the whole creation,
Oft have been my guide and master.
Sentences the trees created,
Rolled together into bundles.

~ Kalevala, translation by J.M. Crawford.