Archive for the 'Nature' Category

October 17, 2018

“When one speaks of Michelangelo — says Grimm — woods, clouds, seas, and mountains disappear, and only what is formed by the spirit of man remains behind; and he quotes a few slight words from a letter of his to Vasari as the single expression in all he has left of a feeling for nature. […] Of the whole story of the creation he has painted only the creation of the first man and woman.”
~ “The Renaissance: studies in art and poetry”, Walter Pater.

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October 17, 2018

“One of the strongest characteristics of that outbreak of the reason and the imagination, of that assertion of the liberty of the heart, in the middle age, which I have termed a medieval Renaissance, was its antinomianism, its spirit of rebellion and revolt against the moral and religious ideas of the time. In their search after the pleasures of the senses and the imagination, in their care for beauty, in their worship of the body, people were impelled beyond the bounds of Christian ideal; and their love became sometimes a strange idolatry, a strange rival religion. […] More and more, as we come to mark changes and distinctions of temper in what is often in one all-embracing confusion called the middle age, that rebellion, that sinister claim for liberty of heart and thought, comes to the surface. […] The note of defiance, of the opposition of one system to another, is sometimes harsh.”
~ “The Renaissance: studies in art and poetry”, Walter Pater.

October 14, 2018

“We must trust the perfection of the creation so far as to believe that whatever curiosity the order of things has awakened in our minds, the order of things can satisfy. […] Nature is already, in its forms and tendencies, describing its own design.”
~ Ralph Waldo Emerson

October 12, 2018

“Although we humans cut nature up in different ways, and we have different courses in different departments, such compartmentalization is really artificial. […] The imagination of nature is far, far greater than the imagination of man.”
~ Richard Feynman

October 2, 2018

Green man over a church window in Fountains Abbey (from Wikipedia)

“The best read naturalist who lends an entire and devout attention to truth, will see that there remains much to learn of his relation to the world, and that it is not to be learnt by any addition or subtraction or other comparison of known quantities, but is arrived at by untaught sallies of the spirit, by a continual self-recovery, and by entire humility. He will perceive that there are far more excellent qualities in the student than preciseness and infallibility; that a guess is often more fruitful than an indisputable affirmation, and that a dream may let us deeper into the secret of nature than a hundred concerted experiments. […] Nor has science sufficient humanity, so long as the naturalist overlooks that wonderful congruity which subsists between man and the world; of which he is lord, not because he is the most subtle inhabitant, but because he is its head and heart, and finds something of himself in every great and small thing, in every mountain stratum, in every new law of color, fact of astronomy, or atmospheric influence which observation or analysis lays open.”

“The visible creation is the terminus or the circumference of the invisible world. ‘Material objects,’ said a French philosopher, ‘are necessarily kinds of scoriae of the substantial thoughts of the Creator, which must always preserve an exact relation to their first origin; in other words, visible nature must have a spiritual and moral side.’ […] Nature always speaks of spirit. It suggests the absolute. It is a perpetual effect. It is a great shadow pointing always to the sun behind us. The aspect of nature is devout. Like the figure of Jesus, she stands with bended head, and hands folded upon the breast. The happiest man is he who learns from nature the lesson of worship. […] The noblest ministry of nature is to stand as the apparition of god. It is the organ through which the universal spirit speaks to the individual, and strives to lead back the individual to it. […] That spirit does not build up nature around us, but puts it forth through us, as the life of the tree puts forth new branches and leaves through the pores of the old.”

“Xenophanes complained in his old age, that, look where he would, all things hastened back to Unity. […] The reason why the world lacks unity, and lies broken and in heaps, is because man is disunited with himself. He cannot be a naturalist until he satisfies all the demands of the spirit.”

~ Ralph Waldo Emerson

Nel parco del Gran Sasso — Quarto giorno

September 23, 2018

Dedico la prima mattina — la tiepida luce del sole inizia a filtrare tra gli alberi — a lavare tutto il corpo, approfittando dello sgorgare costante e copioso della Fonte Nera, all’ombra di grossi faggi. La terra nera intorno all’abbeveratoio è fangosa: la rendo un po’ più stabile con alcune pietre piatte che raccolgo lì intorno, poi stendo un asciugamano su un filo teso tra due rami. Il solo sciacquare le gambe bruciate e graffiate dagli sterpi provoca dolore, ma l’occasione di essere finalmente puliti, l’atto lento di lavar via sangue, terra e sudore, seppure con acqua freddissima, seppure temporaneamente, parla allo spirito di igiene interiore prima ancora che esteriore, di disciplina. Indosso vestiti puliti, raccolgo i calzini messi ad asciugare appena sveglio, bevo un po’ d’acqua, smonto la tenda, riparto. Mi sento efficiente, con pensieri semplici e chiari. Senza rendermene conto però una parte di me sogna ancora, e si chiede, come la sera precedente, dove sarò, cosa avrò visto, alla fine della giornata.

Il bosco di faggi è buio, fitto, con più sottobosco e con un terreno più umido. Attraverso un fiume, costeggio la chiesetta di pietra di S. Nicola. Poi si sale abbastanza in pendenza sui colli, i sentieri sono al solito mal segnalati e mi perdo ripetutamente nei boschi sterminati e isotropi di Colle Castello. Basta che una nuvola densa avvolga il percorso, e la realtà assume in pochi minuti un tono lugubre, sospetto, onirico, che fa proseguire lentamente. All’improvviso il bosco si apre su un pascolo luminoso, sterminato e in salita verso nord, piano e abbastanza breve davanti a me, verso ovest. Il Corno Piccolo appare vicinissimo, come la facciata di un grattacielo, luminoso ma velato da nubi che rapide si disfano e si ricompongono. La parete è così ricca di dettagli, di rughe, chiaroscuri, vegetazione a macchie, di innumerevoli tinte di sole e pietra, che ho ancora una volta la sensazione di non essere in grado di assorbire completamente quell’enorme quantità di bellezza e di dettagli. La traccia del sentiero si perde immediatamente nell’erba folta, che arriva ai gomiti: una zuppa di insetti, secrezioni di piante, bruma, ragnatele. I simboli rossi del sentiero non si scorgono nemmeno su quei macigni lontani, sparpagliati sulla parte alta del prato. Giro a vuoto per molto tempo. Una volta raggiungo anche l’altro lato del bosco — un bosco antico, asciutto, di foglie secche e corteccia, illuminato da una luce calda che filtra tra rami e tronchi grossi. Lo esploro a lungo, ma sembra privo di sentieri chiari, e sembra costeggiare la valle di un altro fiume che non riesco a vedere ma di cui sento lo scroscio. Approfitto dell’assenza di sottobosco per scaricare l’attrezzatura, studiare la mappa, e indossare i pantaloni lunghi impermeabili: con questi, attraversare il pascolo in salita, verso la cima a nord-ovest, sarà più facile. E’ l’unica direzione che rimane da esplorare.

Durante la salita scorgo qualche segnale sulle rocce bianche. Mi fermo per poco al rifugio S. Nicola, un’alta struttura di pietra aperta, abbandonata, che puzza di vecchi bivacchi, dove scopro e rimuovo un’altra zecca. Ricomincio la salita sotto il sole, faticosa per l’attrezzatura pesante, ma mi devo fermare per circa un’ora a causa di altre nuvole che avanzano lente e pesanti, minimizzando la visibilità e assorbendo montagna, alberi, tutto, in un respiro gelido e umido. Durante la pausa lascio l’attrezzatura e salgo piano, con le sole racchette, in avanscoperta. Scopro due tratturi verso nord-est, che seguo per un po’ ma che non sembrano portare da nessuna parte, nonostante la mappa li indichi come parte del Sentiero Italia. Sembrano venire usati regolarmente da bestiame, sento le campane di una mandria vicina, più sotto. Scopro altri segni del sentiero che conducono in alto, e sulla costa intravedo tra le nubi le strutture di una funivia. Ricomincio a salire non appena le nubi scivolano sull’altro lato della montagna. Il Gran Sasso al tramonto si fonde in una combustione primigenia di rocce, nubi e luce. Verso nord-est si stende un altro pascolo, ventoso, umido e cupo, ai piedi del contrafforte della costa. L’erba è scura, ispida, bassa. L’aria fredda trasporta ancora suoni di mandrie e pastori lontani.

Raggiungo infine la cima, che consiste in una funivia dismessa, un rifugio abbandonato, e una grande statua scura della madonna in cima a una doppia scalinata. La vista da qui ricorda schizzi e dipinti di Leonardo e Friedrich: un freddo turbinare di nubi, roccia, vento e luce, mescolati in una colossale reazione chimica. E’ sera inoltrata, le borracce sono quasi vuote, e non ci sono fontane nell’intera installazione. Potrei accamparmi in uno spiazzo dietro il rifugio e superare la notte con la poca acqua rimasta. Vedo però un cartello con il numero di telefono del rifugio Franchetti, in cima al Corno Piccolo. Miracolosamente riesco a chiamare, mi dicono che posso raggiungerlo in un’ora di marcia, ma la linea cade. Comincio quindi l’ascesa verso il rifugio, passando dai 2000 ai 2400 metri. Il sentiero questa volta è facile, ben segnato, tracciato completamente su roccia bianca, ma gli strapiombi, il carico pesante e la stanchezza mi fanno talvolta sentire instabile, e devo aggrapparmi a corde agganciate alla roccia per superare alcuni tratti. Mi sembra di camminare su un altro pianeta, più puro e più semplice. Macigni pallidi, alti strapiombi di roccia bianchissima, lumache nere, fischi di rapaci sulle pareti, alcune minuscole farfalle arancioni, un ghiacciaio lontano, depositi di neve compatta ai bordi del sentiero, aria purissima. Anche i pascoli sono ridotti ai minimi termini, punteggiati da pochi, intensi fiori a cinque petali blu o rosso porpora, con una struttura nera e appuntita alla base. Se mi volto indietro, vedo il sentiero svanire nella nebbia, aggrappato a speroni altissimi. Il sole tramonta tra roccia bianca e grigia, e nuvole tormentate da colonne verticali. Il ghiacciaio sembra attraversato da onde immobili di sabbia marrone, dirette verso la conca centrale. Ghiaioni di ciottoli grigi sembrano depositi di polvere da lontano. Mi sento stanco, ma felice, la testa completamente piena di bellezza, e consapevole che domani la rivedrò ancora.

“In the presence of nature a wild delight runs through the man, in spite of real sorrows. […] I am glad to the brink of fear. […] I am the lover of uncontained and immortal beauty.”
~ Ralph Waldo Emerson

Il rifugio è aggrappato come un uccello ad un sperone di fronte al ghiacciaio. Riempio le borracce ad una fontana collegata al ghiacciaio, stendo i panni al vento freddo, scambio qualche parola con i rocciatori che vi passeranno la notte, mangio un panino preparato col pane rustico e asciutto di queste parti. Stendo il sacco a pelo sul letto a castello in legno di una camerata, e scrivo questi appunti facendomi luce con la torcia. Appena prima del sorgere del sole, la luna brilla ancora insieme a qualche stella, incastonata in un cielo pulito, freddo, azzurro scuro come in un dipinto di Giotto.

September 15, 2018

“Ciò che io so della scienza divina e delle sacre scritture l’ho imparato nei boschi e nei campi. I miei maestri sono stati i faggi e le querce, non ne ho avuti altri. Tu imparerai più nei boschi che nei libri. Alberi e pietre ti insegneranno più di quanto tu possa acquisire dalla bocca di un maestro.” ~ S. Bernardo

Natural History Museum, Berlin

September 2, 2018

Nel parco del Gran Sasso — Terzo giorno

August 6, 2018

Mi risveglio in un campo d’erba alta ai piedi della parete, la parte esterna della tenda completamente fradicia di bruma. Prendo l’abitudine di ispezionare dettagliatamente i piedi ogni mattina, tagliando la pelle delle vesciche rotte e applicando nuovi cerotti. Il sentiero sale presto per boschi umidi, e porta ai cancelli chiusi di una sorta di serbatoio o di centrale idroelettrica. Appena fuori dai cancelli ricarico l’acqua e mi sciacquo ad una piccola fonte gelida, squadrata e umida, che fa sembrare per un momento la mattinata intera, l’intero bosco, freddi e umidi. Il sentiero scende, costeggiando la recinzione della centrale, poi si triforca. Provo a seguire il pezzo di sentiero in piano che sembra portare alla cascata, ma i rovi e le ortiche diventano subito troppo alti, gli alberi caduti troppo numerosi. Prendo quindi il sentiero in salita, che porta inaspettatamente all’interno del perimetro della centrale. Mi accorgo che l’installazione serve a gestire e contenere le sorgenti del Ruzzo. Nella parete rocciosa a picco c’è una porta chiusa, da cui esce un rumore d’acqua scrosciante dentro strutture metalliche. Sopra la porta, una lastra di marmo con incise scritte latine di epoca fascista, che dichiarano queste le sorgenti del Ruzzo ed elogiano il regime. Al centro della placca ne è stata incastrata un’altra, del ‘47, che ri-dedica la struttura allo scopritore delle sorgenti e distrugge parte del messaggio precedente. Poco più sotto, il torrentello cade impetuoso, forte, fresco, ignaro delle scritte e delle storie degli uomini. Quella porta chiusa e quelle dediche contraddittorie sembrano voler contenere, razionalizzare, nascondere quasi alla vista, la forza priva di pensiero del fiume; insieme alla solitudine, all’umidità, e allo scroscio costante sullo sfondo, creano l’atmosfera sospesa, onirica, di un dipinto preraffaelita. Torno all’incrocio e prendo il terzo e ultimo sentiero, appena visibile nella discesa, reso scivoloso da una sorta di pompa d’acqua guasta che da sempre spruzza un getto d’acqua gelida sulle rocce e sul muschio intorno. Attraverso infine il fiume su un ponte assolato e fresco che guarda la cascata, e vengo inghiottito ancora da faggete oscure, interminabili, umide, senza sottobosco, fino a Fonte Gelata.

Il sentiero interseca una strada che tenta di inerpicarsi sul Monte Brancastello. Lì incontro un simpatico turista di Danzica con la famiglia in macchina, che mi chiede indicazioni non essendo riuscito a parlare Inglese o a ottenere una mappa dei sentieri nell’ufficio del parco. Ci accorgiamo presto di essere diretti lungo lo stesso sentiero, e procediamo insieme, chiacchierando allegramente. Il simbolo del sentiero diventa sempre più raro, e alla fine, sulla costa vicino ad una cascata, siamo costretti a fermarci completamente a causa di alberi caduti che è impossibile superare. Il figlio del turista intravede il sentiero 8-10 metri più sotto, ma la famiglia decide di tornare indietro e mi augura buona fortuna. Aggirare l’ostacolo mi richiederebbe una deviazione di mezza giornata o più, o a monte o nei paesi a valle, quindi decido di provare a scendere lentamente per la scarpata. Per alleggerirmi faccio prima rotolare giù la tenda e il sacco a pelo; dimentico di farli scendere piano, in modo controllato, quindi acquistano troppa velocità e solo per caso si fermano sul ciglio del sentiero più sotto. Per pochi secondi provo una sensazione indescrivibile, un misto di paura di perdere una parte critica dell’equipaggiamento, e di senso di colpa per essere stato così stupido. Provo quindi a scendere piano, con le racchette, ma la scarpata è troppo ripida e il terreno troppo cedevole: ruzzolo giù sul fianco destro del torso e acquisto velocità. In quegli istanti una parte di me pensa di aver commesso un errore critico e di essere irreversibilmente nei guai. Un’altra parte invece (probabilmente la stessa che si occupava di ritrovare la strada nei boschi) afferra una radice e ferma la caduta. Alla fine ho solo qualche graffio, una forte botta alle costole che durerà per settimane, e un po’ di shock, ma sono sul sentiero.

Mi rimetto in spalla l’equipaggiamento e seguo il percorso, che si perde però subito in un fitto sottobosco di ortiche, rovi, alberi caduti e secchi, cespugli con bacche. Guardando la vallata e i paesini sullo sfondo penso di essere davvero in trappola ora, non avendo idea di come attraversare o costeggiare il fiume, non potendo tornare indietro perché risalire la scarpata è praticamente impossibile, e non essendo in grado di descrivere la mia posizione sulla mappa. Mi libero di tutto l’equipaggiamento eccetto del coltello, che uso per tagliare la vegetazione e per avanzare piano nel verde che cinge il bordo del sentiero, aspettandomi di scivolare giù ad ogni istante. Dopo un’ora di esplorazione creo una via che porta ad un guado del fiume, quindi trasporto l’equipaggiamento sull’altra sponda a pezzi, facendo tre viaggi, perché il sottobosco è troppo fitto. Sono nello Spelletro, che fino a poche ore fa sembrava irraggiungibile.

I boschi, in questa zona, hanno qualcosa di oscuro, di inquietante quasi: danno l’impressione di non vedere l’uomo da decenni, e di essere una sorta di organismo indipendente e remoto, con proprie regole e piani. Faggi e qualche abete, ancora niente sottobosco, il terreno roccioso e umido. Delle strisce nette di foresta sono crollate sul sentiero dalla costa di sopra. Dalla regolarità dei loro confini sembrano opera umana, tuttavia i tronchi sono completamente sradicati, e alcuni sono stati distrutti con tale violenza che le listelle di rottura formano una sorta di fiore con petali di legno ricurvo intorno al tronco. Attraversare queste zone richiede energia e pazienza: con un equipaggiamento pesante, l’unico metodo possibile è aggirare i tronchi salendo sulla costa. Scavalco in totale sette piccoli corsi d’acqua, ruscelli naturali o defluvi di prese idroelettriche, di cui quattro nella zona dei Pozzi della Lama Nera. Ad ogni sosta mi ispeziono il corpo, e questa volta scopro due zecche, probabilmente prese alle sorgenti del Ruzzo tentando di farmi strada nel sentiero umido verso la cascata. Mi accampo infine nello spiazzo davanti a Fonte Nera, di fianco agli edifici dell’Enel. Metto i calzini ad asciugare su una corda, e studio la mappa sotto l’ultima luce del tramonto che filtra nella piazzola senz’alberi. Decido di lavarmi alla fonte la mattina seguente. Mi addormento con il gorgogliare del flusso d’acqua della fontana in sottofondo, periodico ma non costante, da cui talvolta sembra levarsi e subito dissolversi l’incerta voce di un’anima. Mi chiedo quali difficoltà dovrò superare domani, e che cosa vedrò, dove sarò, con la stessa incertezza di un bambino che fantastica su cosa farà da grande.

 

Nel parco del Gran Sasso — Secondo giorno

July 13, 2018

Passo la mattina in uno stato di profonda spossatezza, per l’effetto combinato di scottature su gambe e braccia, numerosi graffi alle gambe provocati da sterpi ed erbe, e le prime vesciche ai piedi — e per aver trasportato lo zaino da 40 chili, il giorno prima, per 23 chilometri. Smontata la tenda, ricarico l’acqua alla vicina Fonte dei Banditi, che consiste soltanto in un tubo, nel bosco sotto la strada, dal quale sgorga un’acqua purissima e freddissima. Riprendo il sentiero dall’ennesima faggeta, ma il segnale si perde presto, e mi trovo a vagare per ore in un bosco luminoso ma così perfettamente uguale a se stesso in ogni direzione da sembrare un’illusione. É la prima volta che mi perdo completamente, a lungo. Sento la mente saturarsi di disappunto e frustrazione, visto che con uno zaino pesante ogni passo falso, ogni esplorazione per verificare se dopo quel fiumiciattolo ricominci il sentiero, o se la riga gialla su quell’albero sia naturale o artificiale, costa energia, sforzo, liquidi. Desidero così tanto che il sentiero riappaia, che comincio ad allucinarne il simbolo sui tronchi. Questo mix di stanchezza, frustrazione, e sensazione di essere disperso in un luogo che non saprei nemmeno indicare sulla mappa, diventerà la norma in questo viaggio. Ma durerà sempre poco. Il cervello si sposta presto dall’approccio passivo del “seguire” (la mappa, il sentiero), a quello attivo del “costruire“ una soluzione. La mappa, da norma astratta a cui ubbidire, diventa strumento di navigazione. Camminare diventa problem solving, e si fa’ stimolante, un’attività della mente quanto del corpo. Studiando la mappa e il terreno decido di sfruttare l’assenza di sottobosco per scendere la costa verso nord fuori sentiero, visto che alla base della collina dovrebbe passare una statale che segna il confine nord del parco. Alla fine della discesa mi imbatto in sottili linee di filo spinato, quasi invisibili tra i cespugli. Seguendole, raggiungo una strada bianca sterrata, che attraversa un torrentello fresco e schiumante, e che alla fine sfocia sulla strada principale. Noto che il sentiero che ho perso era diretto al paese di Castelli; stanco di perdere ore nel seguire sentieri inaffidabili, decido di raggiungere il paese nel modo più semplice possibile: la strada verso ovest.

Purtroppo la giornata è splendida, e la marcia di ore sulla strada non alberata, a mezzogiorno, si trasforma in un incubo di sole e afa. Il paesaggio è secco, collinare, completamente agreste. I campi profumano di erbe buone. Alcune colline sono usate a pascolo, ma moltissime sono coltivate. Incrocio trattori, masserie, pecore, mucche, qualche raro agriturismo. Il paesaggio è dominato dal giallo scuro, del marrone chiaro e dal verde. Nei viottoli di campagna spicca un fiore con sei petali dal colore rosso-arancione molto intenso, con macchie più scure all’interno, unico sul proprio stelo. Un serpente nero, lungo quanto i miei bastoni, mi taglia la strada. Trovo del fresco sul Colle della Saliera, alla Fonte delle Mandorle, prototipica fontana-abbeveratorio squadrata da cui il Dente del Lupo sembra vicinissimo: acuminato, calcareo, bianchissimo, ma addolcito subito sotto da prati e boschi fitti, e avvolto da nuvole in transito il cui continuo cambiare amplifica, se possibile, l’eternità della roccia.

Avvicinandomi a Castelli, la bellezza e la necessità della natura lasciano gradualmente spazio alla mediocrità e all’inessenzialità della quotidianità umana. Mi viene in mente che nemmeno il campo d’erbe o il bosco che conosciamo di più, che vediamo ogni giorno, ci sembra mai mediocre.

“Nature never became a toy to the wise spirit. The flowers, the animals, the mountains, reflected the wisdom of his best hour, as much as they delighted the simplicity of his childhood.”

“Within these plantations of god, a decorum and sanctity reign, a perennial festival is dressed, and the guest sees not how he should tire of them in a thousand years. In the woods, we return to reason and faith.”

~ Ralph Waldo Emerson

Passo davanti alla chiesa e alla scuola di ceramica, raggiungendo infine il centro, minuscolo e semplice quanto incantevole, pullulante di artigiani della ceramica e di vasi di fiori. Costruito su uno sperone di roccia del Monte Camicia, il centro domina con eleganza i colli circostanti, i trattori, le strade, le foreste, il Fosso Rio, tutto, fino all’orizzonte.

“[…] consoled and tranquillised, as a traveller might be, resting for one evening in a strange city, by its stately aspect and the sentiment of its many fortunes, just because with those fortunes he has nothing to do.”

~ Walter Pater

Mi abbevero alla fontana vicino alla chiesa, lavandomi il viso tra gli sguardi di vecchi e di gente elegante, e riprendo il sentiero, che risulta presto mal segnato persino in paese. Percorro quindi l’ennesima strada dissestata di campagna, in una salita interminabile, e raggiungo il lago senz’acqua di Pagliara. Mi ci accampo. Prima di addormentarmi decido di esplorare un breve sentiero vicino, anch’esso in salita, che dice di portare alle rovine di una rocca. La luce diminuisce, l’atmosfera si fa’ sempre più umida. Con me solo il coltello e una torcia. Non raggiungo la rocca, ma entro in un’alta area rocciosa, con grossi macigni, ampie grotte aperte con ancora le tracce dei fuochi dei pastori e le impronte delle pecore, enormi fenditure nella pietra — fredde, umide, oscure, abitate da vegetazione aliena — e alberelli cresciuti sulla roccia come nei dipinti del Quattrocento. Il tramonto trasforma il Dente del Lupo in una parete rosa pallido. Il bosco forma un profilo netto, nero, omogeneo, perfettamente piatto, contro l’ultima luce nel cielo. Anche le colline si appiattiscono, e costruiscono infiniti piani, di infinite sfumature diverse, intrecciati gli uni agli altri come un tessuto e come una scenografia teatrale al tempo stesso. Ho la sensazione di non essere in grado di assorbire tutti i dettagli di questa bellezza, né di poterli in qualche modo salvare per riviverli. Appare Venere. In basso, nelle finestre di Castelli e nelle piccole masserie sulle colline, si accendono le prime luci. Un ultimo cane abbaia, lontano.