Archive for the 'Nature' Category

The sea

August 31, 2019

There is a pleasure in the pathless woods,
There is a rapture on the lonely shore,
There is society where none intrudes
By the deep sea, and music in its roar:
I love not man the less, but nature more,
From these our interviews, in which I steal
From all I may be, or have been before,
To mingle with the universe, and feel
What I can ne’er express, yet cannot all conceal.

Roll on, thou deep and dark blue Ocean,—roll!
Ten thousand fleets sweep over thee in vain;
Man marks the earth with ruin,—his control
Stops with the shore;—upon the watery plain
The wrecks are all thy deed, nor doth remain
A shadow of man’s ravage, save his own,
When, for a moment, like a drop of rain,
He sinks into thy depths with bubbling groan,
Without a grave, unknelled, uncoffined, and unknown.

His steps are not upon thy paths,—thy fields
Are not a spoil for him,—thou dost arise
And shake him from thee; the vile strength he wields
For earth’s destruction thou dost all despise,
Spurning him from thy bosom to the skies,
And send’st him, shivering in thy playful spray
And howling, to his gods, where haply lies
His petty hope in some near port or bay,
And dashest him again to earth:—there let him lay.

The armaments which thunderstrike the walls
Of rock-built cities, bidding nations quake
And monarchs tremble in their capitals,
The oak leviathans, whose huge ribs make
Their clay creator the vain title take
Of lord of thee and arbiter of war,—
These are thy toys, and, as the snowy flake,
They melt into thy yeast of waves, which mar
Alike the Armada’s pride or spoils of Trafalgar.

Thy shores are empires, changed in all save thee;
Assyria, Greece, Rome, Carthage, what are they?
Thy waters wasted them while they were free,
And many a tyrant since; their shores obey
The stranger, slave, or savage; their decay
Has dried up realms to deserts: not so thou;
Unchangeable save to thy wild waves’ play,
Time writes no wrinkles on thine azure brow;
Such as creation’s dawn beheld, thou rollest now.

Thou glorious mirror, where the Almighty’s form
Glasses itself in tempests; in all time,
Calm or convulsed,—in breeze, or gale, or storm,
Icing the pole, or in the torrid clime
Dark-heaving; boundless, endless, and sublime,
The image of Eternity,—the throne
Of the Invisible! even from out thy slime
The monsters of the deep are made; each zone
Obeys thee; thou goest forth, dread, fathomless, alone.

And I have loved thee, Ocean! and my joy
Of youthful sports was on thy breast to be
Borne, like thy bubbles, onward; from a boy
I wantoned with thy breakers,—they to me
Were a delight; and if the freshening sea
Made them a terror, ’t was a pleasing fear;
For I was as it were a child of thee,
And trusted to thy billows far and near,
And laid my hand upon thy mane,—as I do here.

~ Lord Byron

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August 11, 2019

“To see the world, things dangerous to come to, to see behind walls, to draw closer, to find each other and to feel. That is the purpose of life.”

“Beautiful things don’t ask for attention.”

~ “The secret life of Walter Mitty”, J. Thurber.

 

Sixteenth of September, 1956

July 14, 2019

One evening, when I was a little boy, I realized that the most beautiful image I had ever seen was the bright shape of the moon transpiring from behind the dark branches of an old tree.


~ Rene Magritte

Spatial structure

February 3, 2019

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“In the ’70s and ’80s František Kyncl’s works and collages assembled from skewers or bamboo sticks mirror the conflict between order and coincidence, superiority of the abstract geometric expression over the insubordinate spontaneity of nature, between modern rationalism, characterized by a geometric shape such as a triangle on one hand, and intuition, coincidence and spontaneity, represented by organic growth embodied in tree branches […]. The conflict, for the very first time identified by structuralism in the ’70s — in his diary, Kyncl repeatedly refers to structuralism, and the word structure often appears in the titles of his artwork — is typical of this time period, and reaches a pinnacle in the criticism of the foundations of modern rational thinking, and of the belief in the ability to control both natural and social phenomena […]. The ascending triangle or pyramid, at the top of which modern thinking was believed to exist, is therefore the visual reflection of a hierarchy which Kyncl is consciously undermining by orienting his triangles upside down.”
~ Museum Kampa, Prague.

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Nel parco del Gran Sasso – Sesto giorno

January 6, 2019

Passeggio per Campo Imperatore di prima mattina, senza una direzione. Il sole ancora basso non riesce a scaldare la pianura, attraversata ancora in tutte le direzioni da venti veloci e freddi. Il paesaggio è dolce e inquietante: colline lisce, soffici come nuvole, si ripetono in ogni direzione, uguali all’infinito, fino all’orizzonte; anche il cielo è completamente limpido, sterminato, senza punti di discontinuità. Cerco varietà in piccoli dettagli: qualche mandria lontana al pascolo, uccelli minuscoli che bevono la neve da qualche chiazza compatta che ancora resiste al sole, le curve disuguali della strada, le crepe nell’asfalto.

Torno verso Passo del Lupo e scendo verso la pianura. La costa è estremamente ventosa e a tratti scoscesa. Roccia, prati, piccoli abbeveratoi, cedono il posto a qualche albero solitario e ricurvo, poi a boschetti di pini e alla fine di faggi. Quindi il paesaggio si fa’ campestre, i campi riarsi dal sole profumano di buono e mi ricordano quelli di quando ero bambino. Il sentiero porta ad Assergi, un paese dal centro storico fantasma ancora in lenta ricostruzione. Mi riposo dal caldo sugli scalini di una casa del centro, all’ombra, vicino a una fontana. Ho la sensazione di essere l’unica persona in città. Riparto quindi per i Prati Ranno, seguendo un torrentello che trasforma il paesaggio riarso in un dolce e fresco bosco di riva, ricco di alberi e grotte. A sinistra il ruscello, a destra una costa rocciosa, di un marrone intenso e rossastro, che ancora una volta mi ricorda i dipinti del primo Rinascimento con alberelli che crescono su speroni di roccia. Attraverso il ruscello a piedi nudi più volte: l’acqua è fresca ma non ghiacciata, gentile sui piedi che non lavo da giorni. Mi viene in mente che non si può conoscere davvero un territorio se non ci si è mai bagnati i piedi nelle sue acque.

Aumenta la vegetazione e il segnale del sentiero diventa più incerto. Dei cartelli indicano che queste sono terre di partigiani che usavano nascondersi nella Masseria Cappelli e che lì vennero attaccati e soverchiati dai nazisti. Incontro un abitante del posto, giovane, piccolo, simpatico, che mi indica la via e con cui condivido parte della strada e qualche battuta. Poi però il sentiero si perde completamente, nemmeno la mia guida sa aiutarmi, e ci separiamo. Perdo le ultime ore del pomeriggio a cercare il simbolo del sentiero in ogni direzione, finendo talora in un fitto sottobosco, talora in campi attraversati da filo spinato. Alla fine riesco a ritrovare il segnale, ma si fa sempre più debole e infine sparisce. Nonostante sia molto vicino alla successiva tappa del sentiero, e nonostante potrei in teoria semplicemente camminare verso sud fino a raggiungere una strada, preferisco rinunciare: il sottobosco è denso e difficile da navigare, e qualsiasi imprevisto potrebbe bloccare il cammino. Passo quindi la notte in un prato vicino alla Masseria Cappelli, e l’indomani esco dai prati del Vasto seguendo una strada asfaltata, sotto un sole rovente.

Nel parco del Gran Sasso – Quinto giorno

January 6, 2019

Non ho mai passato una mattinata più bella. Il cielo è limpido, il sole brucia e abbaglia la roccia bianchissima, la mia mente è sgombra, il sentiero facile. Faccio una colazione velocissima, ritiro le magliette e le giacche lasciate ad asciugare al vento, riempio di nuovo le borracce, e scendo per gli strapiombi, ansioso di incontrare di nuovo la bellezza di ieri, che al nostro secondo appuntamento sembra sorridere mite, serena, acuta. I rocciatori del rifugio sono già alle pareti, altri risalgono il sentiero con un equipaggiamento leggero. La bianchezza delle rocce e della neve compatta abbaglia; il segno rosso del sentiero, così netto sulla pietra, stupisce; devo reggermi ancora alle corde conficcate ai margini del sentiero. Continuo la discesa oltre la funivia abbandonata, attraversando prati ad alta quota cosparsi di macigni bianchi, un rudere di albergo dismesso, e infine una grande fontana, e faggete che sembrano, da questo lato della montagna, più luminose, e con tronchi grossi, che sanno di antico. Alcuni alberi enormi, nati e cresciuti sullo stesso macigno, sembrano ormai essersi fusi completamente con esso; roccia e tronco hanno assunto con gli anni lo stesso colore, la stessa carne, si sono vestiti con le stesse stoffe di muschio. Ho ormai visto le radici di faggio da tutte le possibili angolazioni, inclusa quella da sotto di questi esemplari che si aggrappano al loro partner di roccia come se avessero dita. Raggiungo infine Prati di Tivo, attraverso velocemente la grande piazza come trattenendo il respiro, cercando di non notare la consueta bruttezza di hotel attivi e dismessi, turisti, auto e bracerie, e imbocco un sentiero.

La Valle del Rio Arno è immersa in una delicata, luminosa dolcezza. Pascoli enormi con erba poco folta, farfalle grigie con piccole macchie nere che si posano sul bastone, tanta luce e tanta acqua limpida, cascatelle minuscole e grosse cascate rumorose, boschi luminosi nutriti da lingue d’acqua costanti, ma soprattutto prati, prati sconfinati, cosparsi ancora di rocce bianche. Nemmeno troppo in alto, sulla cima dei monti che osservano la valle, blocchi di neve e fango compatti giocano a resistere alla forza del sole. Prendo un piccolo sentiero laterale verso la Grotta dell’Oro, e mentre salgo immagino che il sentiero sia rimasto lo stesso dal medioevo, o forse da prima ancora, e fantastico su tutti i pastori, i viandanti, i briganti e i cacciatori che hanno risalito la stessa strada secolo dopo secolo. La grotta, a 1700 metri, è molto ampia e sorprendentemente fredda. Gocce d’acqua cadono dal soffitto e bagnano la sabbia a terra. L’apertura sorveglia le coste del Corno Piccolo e il boschetto appena più sotto.

Anche la Val Maone è dolce e assolata, con tantissimi prati non usati a pascolo e qualche bosco. Per raggiungere il valico a fine valle, il sentiero si inerpica vicino alle nevi compatte, e costeggia un’enorme conca piena di neve e fango nel fondo, circondata da ghiaioni che scendono come valanghe dalle montagne circostanti. Mangio qualche manciata della neve che trovo sul sentiero. Il terreno diventa di roccia bianca, con stelle alpine e altra vegetazione rada e bassa il cui aspetto sembra appartenere ad altre ere geologiche. L’aria si fa’ fredda e ventosa. Da quest’altezza la valle assolata, macchiata da nubi e vapori che mutano in continuazione, circondata da monti maestosi dalle forme e dai colori infinitamente complessi, mi da’ ancora quella vertigine cognitiva, quella sensazione che è impossibile assorbire davvero tutte queste sensazioni, che domani sarà impossibile ricordare e rivivere davvero ciò che vedo e sento ora, se non come approssimazioni pallide e sfocate.

Mi inerpico lungo un ghiaione fino al Passo del Lupo, poi continuo lungo un sentiero in piano verso l’hotel di Campo Imperatore, dove decido di passare la notte. La vista è desolante: tutti gli edifici sembrano in rovina, incluso l’osservatorio; pochi in ricostruzione. Qualche camper è parcheggiato ai bordi della piazza, circondati da adolescenti che parlano al telefono e fanno selfie. E’ sera e ho finito l’acqua, ma non ci sono fontane o fiumi, quindi chiedo informazioni all’unico venditore ambulante rimasto, vicino alla chiesetta. Si lamenta delle condizioni di lavoro, e alla fine mi indica un nuovo ostello che dovrebbe essere aperto; in effetti ci sono luci all’interno, ma non c’è campanello. Provo a bussare ripetutamente, con sempre più forza, ma nessuno apre. Alla fine, un gruppo di turisti anziani da Treviso apre il portone; acconsentono a riempirmi le borracce con l’acqua del bar, hanno voglia di fare conversazione. Mi accorgo che il mio aspetto deve sembrar loro molto selvaggio.

Esploro la piazza a lungo per trovare una posizione per la tenda. C’è molto vento e fa’ freddo, quindi provo a sistemarmi dietro ai muri dell’edificio dell’orto botanico, che sembra abbandonato, ma il terreno è troppo duro per piantare i picchetti e il vento sembra cambiare direzione a ogni istante. Alla fine mi sistemo sul prato dietro ai camper. Montare la tenda richiede tempo a causa del vento costante. Davanti a me gli adolescenti continuano con i selfie. Oltre l’ultima curva della strada si intravedono le sterminate pianure di Campo Imperatore, che ho già in parte attraversato ma che mi propongo di esplorare di nuovo domani. La notte è limpida, si vedono i profili netti delle montagne nere sul fondo appena più chiaro del cielo, le costellazioni, la luna piena, gialla, atmosferica e bassa sull’orizzonte. E la Via Lattea, che risplende enorme, pura e complessa, come una dimostrazione matematica.

“The shows of day, the dewy morning, the rainbow, mountains, orchards in blossom, stars, moonlight, shadows in still water, and the like, if too eagerly hunted, become shows merely, and mock us with their unreality. Go out of the house to see the moon, and ‘t is mere tinsel; it will not please as when its light shines upon your necessary journey.”
~ Ralph Waldo Emerson

 

December 26, 2018

December 18, 2018


Inferno, Botticelli

December 18, 2018

“Leonardo’s type of beauty is so exotic that it fascinates a larger number that it delights, and seems more than that of any other artist to reflect ideas and views and some scheme of the world within; so that he seemed to his contemporaries to be the possessor of some unsanctified and sacred wisdom. […] What his philosophy seems to have been most like is that of Paracelsus or Cardan. […] Through Leonardo’s strange veil of sight things reach him so; in no ordinary night or day, but as in faint light or eclipse, or in some brief interval of falling rain at daybreak, or through deep water.”

“Nervous, electric, faint always with some inexplicable faintness, these people seem to be subject to exceptional conditions, to feel powers at work in the common air unfelt by others, to become, as it were, the receptacle of them, and pass them on to us in a chain of secret influences. […] It is a beauty wrought out from within upon the flesh, the deposit, little cell by cell, of strange thoughts and fantastic reveries and exquisite passions.”

“The Mona Lisa is older than the rocks among which she sits; like the vampire, she has been dead many times, and learned the secrets of the grave; and has been a diver in deep seas, and keeps their fallen day about her.”

“Sometimes this curiosity came in conflict with the desire of beauty; it tended to make him go too far below that outside of things in which art really begins and ends. […] The name of Goethe himself reminds one how great for the artist may be the danger of over-much science.”

~ “The Renaissance: studies in art and poetry”, Walter Pater.

December 18, 2018

“[…] a sense sublime
Of something far more deeply interfused,
Whose dwelling is the light of setting suns,
And the round ocean, and the living air,
And the blue sky, and in the mind of man,
A motion and a spirit, that impels
All thinking things, all objects of all thought,
And rolls through all things.”
~ Wordsworth

“One soft sound through every sound
Of earth’s bright-coloured dream
Sustains its sound for him alone
Who secretly gives heed.”
~ Schlegel

“Even to mere matter a word is attached,
In obscure things may dwell a hidden God;
And like a nascent eye covered by its lid,
A pure spirit grows beneath the husk of stone!”
~ Nerval