Archive for the 'Nothing' Category

January 15, 2017

“Chaos isn’t a pit. Chaos is a ladder. Many who try to climb it fail and never get to try again. The fall breaks them. And some, are given a chance to climb. They refuse, they cling to the realm or the gods or love. Illusions. Only the ladder is real. The climb is all there is.”
~ GoT

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December 26, 2016

“Andavamo per il mondo simili a uomini che non sono piu’ vivi, che non partecipano piu’ ai piccoli affanni dei vivi. […] E se dopo ore s’incontrava un’anima, si trattava comunque di qualcuno che vagava come in sogno attraverso quella desolazione eterna. Si passava uno di fianco all’altro con uno sguardo timido e parlando a voce ancora piu’ bassa di prima.”
~ “La fine”, Nossack.

Ruins

December 26, 2016

The ancient inscriptions sought out from among the vegetation in which they were embedded, during walks through Rome… The study of the remains… “Old walls, yet new for modern spirits” (Boccaccio about the vast ruins of Baiae)… The city of ruins… Ruins awakened an elegiac or sentimental melancholy in Petrarch and Boccaccio… The remains of antiquity which surrounded Fabio Calvi in Rome  touched him so deeply that he would stand before them as if entranced, or would suddenly burst into tears at the sight of them… In the sacred legends it became the custom to lay the scene of the birth of Christ in the ruins of a magnificent palace… That artificial ruins became afterwards a necessity of landscape gardening is only a practical consequence of this feeling.

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“The Roman circular bath”, Edward John Poynter.

October 9, 2016

“The whole world was made from nothing, so couldn’t at least one bran cake be made from it?” ~ Seitsemän veljestä

The bridge

November 4, 2012

« Well I’m goin’ down to the bridge
at the end of the road
and I’m gonna stare down into the waters
and if you see me goin’ down
to the bridge at the end
you will know I’m looking to be free
and if you see me goin’ down to the bridge at the end
and you see me staring down into the waters
well if you see me going down to the bridge at the end
you will know I ain’t coming back no more
and I ain’t gonna be taking no one with me, oh no.
I’m gonna stare down into the waters
and I’m gonna sit down on the banks of the river
Lord knows I won’t be back no more
and I said if I had my way
I’d have left this town long ago. »
~ “The bridge”, VUK.

October 19, 2012

Per la prima volta mi sento a mio agio nel parlarti di cose che sento nel profondo. So che questa volta non ti spaventerai, ma le guarderai lucidamente insieme a me, se vorrai, oppure non le guarderai affatto: l’importante è che le legga io, che le scriva io. E’ la prima volta che ne parlo con qualcuno (incluso me stesso), in assoluto. Con lo psicologo non mi sentivo ovviamente a mio agio. Più in generale, parlarne mi ha sempre dato una sensazione complessa, a metà tra imbarazzo, bestemmia, e paura che, descrivendole, le cose che ti sto per dire sarebbero svanite: probabilmente i segnali che sono sulla strada giusta. Prima di continuare ti avverto che parlerò esclusivamente per immagini, quindi i simboli che descriverò e il loro numero non vanno presi alla lettera, anche se sono la migliore approssimazione che conosco alle cose che cerco di spiegare. Più a fondo di così non credo di poter andare, di essere mai andato.

Allora, scavando proprio nel profondo, dentro di me non si trova merda. Quella giace sì a fondo, ma mi sembra si collochi ad uno strato superiore e relativamente sottile. Come dici tu, ho “vissuto” così poco che anche la merda scarseggia. Galleggia quindi, questa merda, sopra un nocciolo perfettamente sferico, interamente di cristallo, perfettamente simile a se stesso, con una complicatissima ma uniforme microstruttura interna: un enorme solido platonico immerso in una poco più grande sacca nera. Ora che ci penso, queste erano le “lame” di acciaio che ti avevo scritto in una delle nostre prime lettere, e che tu non sei forse mai riuscita a capire dove si trovavano. Questo coso non sono io, ho la sensazione che sia come “entrato” in me quando ero bambino o poco più, ma non ricordo esattamente come e quando (quest’estate, nella libreria in cui hai comprato il libro sulle piante, ho trovato per caso una fiaba per bambini che racconta di una stella che entra dentro il cuore di un bambino: mi ha colpito profondamente). Da quello che posso vedere e che ho sempre visto (ma ovviamente potrebbe essere il contrario), non c’entra nulla con i miei genitori, con la mia infanzia, adolescenza, o con qualsiasi altro fattore “sociale”. Sono abbastanza sicuro che esistesse prima della mia adolescenza, ma sono anche consapevole di aver vissuto un bel po’ di infanzia senza di lei. Sotto la sfera giace il mio subconscio, la parte fisiologico-animale, prostrata dalle radiazioni della sfera. Sopra, molto sopra la sfera, sopra strati al di sopra della merda, c’è l’io che ti sta scrivendo, prostrato anch’esso dalle radiazioni della sfera. Il problema fondamentale, il perché sono sistematicamente stanco, e concentrato anche se stanco e incapace di concentrarmi, e astratto, e workaholic, è che questa sfera ci schiavizza da sempre, sia la parte sopra che la parte sotto. La sfera tratta la parte sotto come se fosse un cavallo da soma: si fa trasportare da lui, lo sfrutta per mantenersi in vita, ma lo tratta male, gli dà appena appena la poca biada che serve per farlo sopravvivere, ma ogni giorno, come un cavaliere Unno, lo dissangua fino all’estremo, fino allo sfinimento. Il povero cavallo non sente nemmeno più odori e sapori, da quanto è scheletrico e sfinito. Lo psicologo aveva colto questo lato (probabilmente tutti lo colgono, è pure un archetipo di Jung), ma credeva che fosse l'”io” cosciente a trattare così il subconscio. La sfera, ovviamente, mi impediva anche solo di pensare di esprimere come stavano davvero le cose, e anch’io mi convinsi lì per lì che lo shrink avesse ragione. Apparentemente l’unico modo che il subconscio ha di ribellarsi sono i sogni (l’unica cosa, eccetto l’hardware, ancora sotto il suo controllo), in cui spesso raffigura, guardacaso: (1) guerre, quasi sempre con “alieni” (=cose “ordinate” e “altre” da lui), e sempre cui vorrebbe partecipare, ma non può/non ne ha occasione/non ci riesce (non riesce infatti a opporsi alla sfera in pratica); oppure (2) straordinarie architetture, o straordinarie astronavi o astroporti, o straordinarie città, o straordinarie galassie, che lo abbagliano con la loro complessità, bellezza, ordine e “anima” (sì, queste cose sembrano avere un'”anima” come si può dire abbiano un’anima, un carattere proprio, i grandi dipinti) — eppure, sono solo pallidi riflessi della ricchezza della sfera. La parte sopra, da anni, crede di avere una “missione” da compiere (un leggero brivido mi attraversa, mi imbarazza parlarne), una missione impostale dalla sfera. E si comporta come la parte sotto: si getta agli estremi di se stessa, si annulla, si stanca e si distrugge, perché crede che solo così possa compiere la missione. Non vive in prima persona, è come se giocasse a uno di quei videogiochi in cui ti vedi in terza persona, in cui muovi Lara Croft all’interno del tempio egizio. E’ così, in fondo, che si vede: una pedina, un agente perennemente in servizio, un monaco, un Parsifal, un “qui e ora” utile solo per compiere questa missione. Senza il diritto, il tempo, di avere una soggettività, una vita concreta e reale, un corpo. Sembra la storia di Obi Wan Kenobi. Quale sia la missione nessuno lo sa (la sfera mi dice ironicamente in questo momento che “la scoprirò solo vivendo” — ironicamente perché lei invece la sa). Sono consapevole che in questi anni ho come cercato di “potenziarmi”, di diventare sempre più intellettualmente e artisticamente “ricco”. Ho imparato sulla mia pelle una cosa che credevo impossibile, e cioé che davvero con la volontà è possibile fare qualsiasi cosa si desideri, *diventare* qualsiasi persona si desideri — o almeno, qualsiasi persona desideri la sfera. So chiaramente (e ti garantisco che questa è onestà, non autoinganno) che il posto in cui mi trovo adesso non è quello adatto a “me”, inteso come la somma della parte sotto e della parte sopra, sfera esclusa. Non sono mai stato e non ho mai aspirato a essere come i miei colleghi, e tuttora mi sento distante anni luce da loro, contemporaneamente superiore e inferiore (forse è per questo che, dall’esterno, do la sensazione di essere talvolta ultramodesto, talvolta ultraarrogante). Mi sembrano asettici, insensibili, svuotati, in bianco e nero, i miei colleghi. Ma la sfera mi ha voluto portare qui, e finora c’è riuscita. So che le nuove capacità e immagini che ho acquisito negli ultimi anni sono state assorbite dalla sfera, è come se la sfera avesse avuto una irrefrenabile “fame” che però le altre parti non condividevano. Più la sfera si arricchiva, più le altre parti diventavano sottili e sterili. Non ricordo nemmeno più molto del mio passato, e non perché sia stato tutto così brutto o insignificante (ora che ci penso, nonostante i periodi schifosi dell’università, è stato quasi normale — sì, i miei genitori si sono comportati da pazzi, ma WTF, i genitori si possono sempre mandare a fanculo): é come se quella memoria fosse stata liberata per qualcos’altro, che in realtà a “me” non interessa. L’altro giorno ho parlato un po’ con Emily, e come ti ho già raccontato mi ha fatto intuire che gravava su di lei (e ancora grava pesantemente) un senso di high expectation riconducibile al padre. Non ci avevo mai pensato, ma quello che provo io ogni giorno è molto simile, ma esponenzialmente più “assoluto” perché non é legato a una persona: é come se l’intero universo avesse delle high expectations su di me, ma io non so ancora cosa devo fare e perché. Ogni giorno mi sento in guerra, una guerra lenta come quella dei partigiani, sopravvivo, con la sensazione che morirò appena sarà finita.

So che la parte sopra può combattere, o almeno ridimensionare, la sfera. Ma perché è così difficile se è davvero così terribile? Perché la sfera, come la stele di Odissea nello Spazio, sembra essere la fonte delle cose più belle che riesco a pensare/creare/immaginare, perché ho la sensazione che dentro di lei ci siano frutti ancora più straordinari che aspettano solo di maturare e di essere tirati fuori, perché ho sempre avuto la chiara sensazione che senza di lei sarei una persona “ordinaria”. Quando “lavoro” uso la sfera, quando leggo sento che lei assorbe. Una volta ho avuto una “visione” (non nel senso di “miracolo”: una di quelle cose che vedi quando chiudi gli occhi, quella sorta di pre-sogni ancora a livello cosciente) in cui idee elementari ed estremamente eterogenee galleggiavano nell’aria di una stanza buia, chiusa, come dei granelli di polvere, e spontaneamente si combinavano in splendide molecole complesse. “E’ così che nascono le idee”, mi dissi, e ora che ci ripenso quell’ambiente chiuso è l’interno della sfera. La sfera, ovviamente, è tua nemica. E’ sorprendente che sia riuscito a farti entrare nella mia vita, a darti così tanto spazio sottraendolo a lei. Ma probabilmente l’unico modo per sconfiggerla è proprio il soffocamento. E il capire quando questo tumore si è impiantato in me.

Notturno in tram a Berlino

April 16, 2011

La vecchiaia la solitudine e io e poi una malinconia tutti e quattro camminiamo fianco a fianco senza parlarci

ciascuno cammina solo ma siamo l’uno a fianco dell’altro

che cosa non avremmo dato gli uni e gli altri per non sentire il rumore dei passi gli uni degli altri

dentro di noi abbiamo pieta’ imprechiamo gli uni contro gli altri ma ci amiamo perche’ non crediamo gli uni negli altri

che cosa non avremmo dato per arrivare a un incrocio e infilare presto quattro strade diverse ma non so se uno di noi morisse se quelli che restano sarebbero contenti

la vecchiaia la solitudine e io e poi una malinconia tutti e quattro camminiamo fianco a fianco

la notte prendiamo il tram i tram che non sappiamo dove vadano

la notte i tram puliti larghi a tre vagoni ci portano in qualche luogo con stridori sferragliamenti

a un tratto si levano davanti a noi dei muri bruciati e sotto il riverbero dei lampioni marciano diritti e testardi verso di noi

delle finestre appaiono davanti a noi e vengono in folla verso di noi schiacciandosi l’una con l’altra

finestre che non hanno ne’ vetri ne’ infissi che non sono finestre delle stanze degli upmini ma finestre del vuoto

passiamo davanti alle pote senza battenti le porte che aprono su nulla

sui marciapiedi degli uomini con tre punti sopra il bracciale aspettano il tram

sono appoggiati sui loro bastoni dalle punte di gomma

non so se tutti i muti sono anche dei sordi ma certo la maggior parte dei ciechi sono dei ciechi con gli occhi aperti e le luci dei tram cadono nei loro occhi aperti ma loro non si rendono conto che la luce cade nei loro occhi

vecchie bigliettaie stanche fanno salire i ciechi sui tram

donne che mi avete guidato teneramente tenendomi per mano

a quasi tutte voi non ho dato che qualche poesia e forse un po’ di tristezza

sono grato a voi tutte

traversiamo le tenebre degli spiazzi vuoti dove crescono ciuffi d’erbacce

i tram traversano le piazze i cui palazzi barocchi sono distrutti

e le pietre bruciate spezzate si somigliano talmente che la testa ci gira e giriamo in tondo

questa citta’ e’ tutta bruciata perche’ ha mandato i suoi soldati a distruggere altre citta’

ho visto citta’ raseal suolo avevano mandato i loro soldati a distruggere altre citta’ e i soldati delle altre citta’ le avevano rase al suolo

ho visto citta’ che preparano i loro soldati per manarli a distruggere altre citta’ ed essere distrutte esse stesse

dei violinisti salgono in tram con le scatole dei violini sotto il braccio e i loro lunghi capelli tristi non riescono a nascondere la loro calvizie

questo agosto e’ forse l’ultimo agosto del mondo ha chiesto uno dei violinisti alla bigliettaia in una lingua che non conosco sulle piattaforme dei tram ci sono dei giovani in collera

credo ch’essi non sappiano perche’ e contro chi sono in collera

che ora sara’ adesso all’Avana amore mio sara’ notte o giorno

le ragazze scendono dai tram

le loro gambe sono abbastanza ben fatte

senza fare un gesto seduto dove sono le seguo e sotto il ponte di pietra sento vicinissimo al mio viso il calore dell loro bocche e volto la testa e una giovane donna mi tocca la spalla senza ch’io sappia dov’e’

i suoi capelli son paglia d’oro le sue ciglia azzurre

il suo collo bianco e’ lungo e rotondo

alle fermate vecchie donne terribili con capelli di paglia nera traversano le rotaie tenendosi per mano

l’uomo seduto alla mia destra s’e’ inabissato dentro se stesso s’e’ perduto dentro se stesso

e’ cosi’ lo so e’ cosi’ che la vecchiaia comincia

tuttavia non e’ in mio potere non cadere nelle onde tristi

cosi’ comincia la vecchiaia

l’uomo seduto alla mia destra e’ caduto ancora nelle onde tristi

alla porta del deposito siamo scesi dall’ultimo tram

rientriamo a piedi

tutti e quattro

la vecchiaia la solitudine e io e poi una malinconia

quando arriviamo all’albergo il sole comincia a spuntare

nella nostra stanza apriamo la radio

parla dei vascelli cosmici.

~ Nazim Hikmet

Ossessione

July 19, 2010

Foreste, m’impaurite come cattedrali!
Strepitate come l’organo, e i nostri cuori dannati,
stanze d’eterno lutto i cui vecchi rantoli vibrano,
rimandano gli echi dei vostri De Profundis.

Ti odio, Oceano! In sé i tuoi impeti e tumulti
lo spirito ritrova; quella risata amara
dell’uomo vinto, piena di singhiozzi e d’insulti
io la sento nel riso enorme del mare.

Come mi piaceresti, notte, senza queste stelle
la cui luce parla un linguaggio sconosciuto!
perché io cerco il vuoto, e il nero, e il nudo!

Ma perfino le tenebre sono come tele
in cui vivono, uscendomi dagli occhi a migliaia,
esseri scomparsi dagli sguardi familiari.

~ Baudelaire, “Les fleurs du mal”.

Il gusto del nulla

July 19, 2010

Spirito opaco, un tempo innamorato della mischia,
la Speranza, il cui sprone attizzava il tuo ardore,
non vuol più cavalcarti! Sdràiati senza pudore,
vecchio cavallo che ad ogni ostacolo incespica!

Rassegnati, mio cuore, dormi il tuo sonno di bruto.

Spirito vinto, fiaccato! Per te, vecchio predone,
non ha più gusto l’amore, come non ne ha la disputa;
addio sospiri del flauto, canti degli ottoni!
piaceri, non tentate un cuore tetro e immusonito!

La primavera adorabile ha perduto ogni odore!

Ed il Tempo m’inghiotte minuto per minuto,
come la neve immensa un corpo irrigidito;
guardo dall’alto il globo rotondo e rifiuto
di cercarvi ancora in qualche tana il rifugio.

Valanga, vuoi portarmi con te nella caduta?

~ Baudelaire, “Les fleurs du mal”.