Archive for the 'Yksinäisyys' Category

Nel parco del Gran Sasso — Quarto giorno

September 23, 2018

Dedico la prima mattina — la tiepida luce del sole inizia a filtrare tra gli alberi — a lavare tutto il corpo, approfittando dello sgorgare costante e copioso della Fonte Nera, all’ombra di grossi faggi. La terra nera intorno all’abbeveratoio è fangosa: la rendo un po’ più stabile con alcune pietre piatte che raccolgo lì intorno, poi stendo un asciugamano su un filo teso tra due rami. Il solo sciacquare le gambe bruciate e graffiate dagli sterpi provoca dolore, ma l’occasione di essere finalmente puliti, l’atto lento di lavar via sangue, terra e sudore, seppure con acqua freddissima, seppure temporaneamente, parla allo spirito di igiene interiore prima ancora che esteriore, di disciplina. Indosso vestiti puliti, raccolgo i calzini messi ad asciugare appena sveglio, bevo un po’ d’acqua, smonto la tenda, riparto. Mi sento efficiente, con pensieri semplici e chiari. Senza rendermene conto però una parte di me sogna ancora, e si chiede, come la sera precedente, dove sarò, cosa avrò visto, alla fine della giornata.

Il bosco di faggi è buio, fitto, con più sottobosco e con un terreno più umido. Attraverso un fiume, costeggio la chiesetta di pietra di S. Nicola. Poi si sale abbastanza in pendenza sui colli, i sentieri sono al solito mal segnalati e mi perdo ripetutamente nei boschi sterminati e isotropi di Colle Castello. Basta che una nuvola densa avvolga il percorso, e la realtà assume in pochi minuti un tono lugubre, sospetto, onirico, che fa proseguire lentamente. All’improvviso il bosco si apre su un pascolo luminoso, sterminato e in salita verso nord, piano e abbastanza breve davanti a me, verso ovest. Il Corno Piccolo appare vicinissimo, come la facciata di un grattacielo, luminoso ma velato da nubi che rapide si disfano e si ricompongono. La parete è così ricca di dettagli, di rughe, chiaroscuri, vegetazione a macchie, di innumerevoli tinte di sole e pietra, che ho ancora una volta la sensazione di non essere in grado di assorbire completamente quell’enorme quantità di bellezza e di dettagli. La traccia del sentiero si perde immediatamente nell’erba folta, che arriva ai gomiti: una zuppa di insetti, secrezioni di piante, bruma, ragnatele. I simboli rossi del sentiero non si scorgono nemmeno su quei macigni lontani, sparpagliati sulla parte alta del prato. Giro a vuoto per molto tempo. Una volta raggiungo anche l’altro lato del bosco — un bosco antico, asciutto, di foglie secche e corteccia, illuminato da una luce calda che filtra tra rami e tronchi grossi. Lo esploro a lungo, ma sembra privo di sentieri chiari, e sembra costeggiare la valle di un altro fiume che non riesco a vedere ma di cui sento lo scroscio. Approfitto dell’assenza di sottobosco per scaricare l’attrezzatura, studiare la mappa, e indossare i pantaloni lunghi impermeabili: con questi, attraversare il pascolo in salita, verso la cima a nord-ovest, sarà più facile. E’ l’unica direzione che rimane da esplorare.

Durante la salita scorgo qualche segnale sulle rocce bianche. Mi fermo per poco al rifugio S. Nicola, un’alta struttura di pietra aperta, abbandonata, che puzza di vecchi bivacchi, dove scopro e rimuovo un’altra zecca. Ricomincio la salita sotto il sole, faticosa per l’attrezzatura pesante, ma mi devo fermare per circa un’ora a causa di altre nuvole che avanzano lente e pesanti, minimizzando la visibilità e assorbendo montagna, alberi, tutto, in un respiro gelido e umido. Durante la pausa lascio l’attrezzatura e salgo piano, con le sole racchette, in avanscoperta. Scopro due tratturi verso nord-est, che seguo per un po’ ma che non sembrano portare da nessuna parte, nonostante la mappa li indichi come parte del Sentiero Italia. Sembrano venire usati regolarmente da bestiame, sento le campane di una mandria vicina, più sotto. Scopro altri segni del sentiero che conducono in alto, e sulla costa intravedo tra le nubi le strutture di una funivia. Ricomincio a salire non appena le nubi scivolano sull’altro lato della montagna. Il Gran Sasso al tramonto si fonde in una combustione primigenia di rocce, nubi e luce. Verso nord-est si stende un altro pascolo, ventoso, umido e cupo, ai piedi del contrafforte della costa. L’erba è scura, ispida, bassa. L’aria fredda trasporta ancora suoni di mandrie e pastori lontani.

Raggiungo infine la cima, che consiste in una funivia dismessa, un rifugio abbandonato, e una grande statua scura della madonna in cima a una doppia scalinata. La vista da qui ricorda schizzi e dipinti di Leonardo e Friedrich: un freddo turbinare di nubi, roccia, vento e luce, mescolati in una colossale reazione chimica. E’ sera inoltrata, le borracce sono quasi vuote, e non ci sono fontane nell’intera installazione. Potrei accamparmi in uno spiazzo dietro il rifugio e superare la notte con la poca acqua rimasta. Vedo però un cartello con il numero di telefono del rifugio Franchetti, in cima al Corno Piccolo. Miracolosamente riesco a chiamare, mi dicono che posso raggiungerlo in un’ora di marcia, ma la linea cade. Comincio quindi l’ascesa verso il rifugio, passando dai 2000 ai 2400 metri. Il sentiero questa volta è facile, ben segnato, tracciato completamente su roccia bianca, ma gli strapiombi, il carico pesante e la stanchezza mi fanno talvolta sentire instabile, e devo aggrapparmi a corde agganciate alla roccia per superare alcuni tratti. Mi sembra di camminare su un altro pianeta, più puro e più semplice. Macigni pallidi, alti strapiombi di roccia bianchissima, lumache nere, fischi di rapaci sulle pareti, alcune minuscole farfalle arancioni, un ghiacciaio lontano, depositi di neve compatta ai bordi del sentiero, aria purissima. Anche i pascoli sono ridotti ai minimi termini, punteggiati da pochi, intensi fiori a cinque petali blu o rosso porpora, con una struttura nera e appuntita alla base. Se mi volto indietro, vedo il sentiero svanire nella nebbia, aggrappato a speroni altissimi. Il sole tramonta tra roccia bianca e grigia, e nuvole tormentate da colonne verticali. Il ghiacciaio sembra attraversato da onde immobili di sabbia marrone, dirette verso la conca centrale. Ghiaioni di ciottoli grigi sembrano depositi di polvere da lontano. Mi sento stanco, ma felice, la testa completamente piena di bellezza, e consapevole che domani la rivedrò ancora.

“In the presence of nature a wild delight runs through the man, in spite of real sorrows. […] I am glad to the brink of fear. […] I am the lover of uncontained and immortal beauty.”
~ Ralph Waldo Emerson

Il rifugio è aggrappato come un uccello ad un sperone di fronte al ghiacciaio. Riempio le borracce ad una fontana collegata al ghiacciaio, stendo i panni al vento freddo, scambio qualche parola con i rocciatori che vi passeranno la notte, mangio un panino preparato col pane rustico e asciutto di queste parti. Stendo il sacco a pelo sul letto a castello in legno di una camerata, e scrivo questi appunti facendomi luce con la torcia. Appena prima del sorgere del sole, la luna brilla ancora insieme a qualche stella, incastonata in un cielo pulito, freddo, azzurro scuro come in un dipinto di Giotto.

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September 15, 2018

“Ciò che io so della scienza divina e delle sacre scritture l’ho imparato nei boschi e nei campi. I miei maestri sono stati i faggi e le querce, non ne ho avuti altri. Tu imparerai più nei boschi che nei libri. Alberi e pietre ti insegneranno più di quanto tu possa acquisire dalla bocca di un maestro.” ~ S. Bernardo

Nel parco del Gran Sasso — Terzo giorno

August 6, 2018

Mi risveglio in un campo d’erba alta ai piedi della parete, la parte esterna della tenda completamente fradicia di bruma. Prendo l’abitudine di ispezionare dettagliatamente i piedi ogni mattina, tagliando la pelle delle vesciche rotte e applicando nuovi cerotti. Il sentiero sale presto per boschi umidi, e porta ai cancelli chiusi di una sorta di serbatoio o di centrale idroelettrica. Appena fuori dai cancelli ricarico l’acqua e mi sciacquo ad una piccola fonte gelida, squadrata e umida, che fa sembrare per un momento la mattinata intera, l’intero bosco, freddi e umidi. Il sentiero scende, costeggiando la recinzione della centrale, poi si triforca. Provo a seguire il pezzo di sentiero in piano che sembra portare alla cascata, ma i rovi e le ortiche diventano subito troppo alti, gli alberi caduti troppo numerosi. Prendo quindi il sentiero in salita, che porta inaspettatamente all’interno del perimetro della centrale. Mi accorgo che l’installazione serve a gestire e contenere le sorgenti del Ruzzo. Nella parete rocciosa a picco c’è una porta chiusa, da cui esce un rumore d’acqua scrosciante dentro strutture metalliche. Sopra la porta, una lastra di marmo con incise scritte latine di epoca fascista, che dichiarano queste le sorgenti del Ruzzo ed elogiano il regime. Al centro della placca ne è stata incastrata un’altra, del ‘47, che ri-dedica la struttura allo scopritore delle sorgenti e distrugge parte del messaggio precedente. Poco più sotto, il torrentello cade impetuoso, forte, fresco, ignaro delle scritte e delle storie degli uomini. Quella porta chiusa e quelle dediche contraddittorie sembrano voler contenere, razionalizzare, nascondere quasi alla vista, la forza priva di pensiero del fiume; insieme alla solitudine, all’umidità, e allo scroscio costante sullo sfondo, creano l’atmosfera sospesa, onirica, di un dipinto preraffaelita. Torno all’incrocio e prendo il terzo e ultimo sentiero, appena visibile nella discesa, reso scivoloso da una sorta di pompa d’acqua guasta che da sempre spruzza un getto d’acqua gelida sulle rocce e sul muschio intorno. Attraverso infine il fiume su un ponte assolato e fresco che guarda la cascata, e vengo inghiottito ancora da faggete oscure, interminabili, umide, senza sottobosco, fino a Fonte Gelata.

Il sentiero interseca una strada che tenta di inerpicarsi sul Monte Brancastello. Lì incontro un simpatico turista di Danzica con la famiglia in macchina, che mi chiede indicazioni non essendo riuscito a parlare Inglese o a ottenere una mappa dei sentieri nell’ufficio del parco. Ci accorgiamo presto di essere diretti lungo lo stesso sentiero, e procediamo insieme, chiacchierando allegramente. Il simbolo del sentiero diventa sempre più raro, e alla fine, sulla costa vicino ad una cascata, siamo costretti a fermarci completamente a causa di alberi caduti che è impossibile superare. Il figlio del turista intravede il sentiero 8-10 metri più sotto, ma la famiglia decide di tornare indietro e mi augura buona fortuna. Aggirare l’ostacolo mi richiederebbe una deviazione di mezza giornata o più, o a monte o nei paesi a valle, quindi decido di provare a scendere lentamente per la scarpata. Per alleggerirmi faccio prima rotolare giù la tenda e il sacco a pelo; dimentico di farli scendere piano, in modo controllato, quindi acquistano troppa velocità e solo per caso si fermano sul ciglio del sentiero più sotto. Per pochi secondi provo una sensazione indescrivibile, un misto di paura di perdere una parte critica dell’equipaggiamento, e di senso di colpa per essere stato così stupido. Provo quindi a scendere piano, con le racchette, ma la scarpata è troppo ripida e il terreno troppo cedevole: ruzzolo giù sul fianco destro del torso e acquisto velocità. In quegli istanti una parte di me pensa di aver commesso un errore critico e di essere irreversibilmente nei guai. Un’altra parte invece (probabilmente la stessa che si occupava di ritrovare la strada nei boschi) afferra una radice e ferma la caduta. Alla fine ho solo qualche graffio, una forte botta alle costole che durerà per settimane, e un po’ di shock, ma sono sul sentiero.

Mi rimetto in spalla l’equipaggiamento e seguo il percorso, che si perde però subito in un fitto sottobosco di ortiche, rovi, alberi caduti e secchi, cespugli con bacche. Guardando la vallata e i paesini sullo sfondo penso di essere davvero in trappola ora, non avendo idea di come attraversare o costeggiare il fiume, non potendo tornare indietro perché risalire la scarpata è praticamente impossibile, e non essendo in grado di descrivere la mia posizione sulla mappa. Mi libero di tutto l’equipaggiamento eccetto del coltello, che uso per tagliare la vegetazione e per avanzare piano nel verde che cinge il bordo del sentiero, aspettandomi di scivolare giù ad ogni istante. Dopo un’ora di esplorazione creo una via che porta ad un guado del fiume, quindi trasporto l’equipaggiamento sull’altra sponda a pezzi, facendo tre viaggi, perché il sottobosco è troppo fitto. Sono nello Spelletro, che fino a poche ore fa sembrava irraggiungibile.

I boschi, in questa zona, hanno qualcosa di oscuro, di inquietante quasi: danno l’impressione di non vedere l’uomo da decenni, e di essere una sorta di organismo indipendente e remoto, con proprie regole e piani. Faggi e qualche abete, ancora niente sottobosco, il terreno roccioso e umido. Delle strisce nette di foresta sono crollate sul sentiero dalla costa di sopra. Dalla regolarità dei loro confini sembrano opera umana, tuttavia i tronchi sono completamente sradicati, e alcuni sono stati distrutti con tale violenza che le listelle di rottura formano una sorta di fiore con petali di legno ricurvo intorno al tronco. Attraversare queste zone richiede energia e pazienza: con un equipaggiamento pesante, l’unico metodo possibile è aggirare i tronchi salendo sulla costa. Scavalco in totale sette piccoli corsi d’acqua, ruscelli naturali o defluvi di prese idroelettriche, di cui quattro nella zona dei Pozzi della Lama Nera. Ad ogni sosta mi ispeziono il corpo, e questa volta scopro due zecche, probabilmente prese alle sorgenti del Ruzzo tentando di farmi strada nel sentiero umido verso la cascata. Mi accampo infine nello spiazzo davanti a Fonte Nera, di fianco agli edifici dell’Enel. Metto i calzini ad asciugare su una corda, e studio la mappa sotto l’ultima luce del tramonto che filtra nella piazzola senz’alberi. Decido di lavarmi alla fonte la mattina seguente. Mi addormento con il gorgogliare del flusso d’acqua della fontana in sottofondo, periodico ma non costante, da cui talvolta sembra levarsi e subito dissolversi l’incerta voce di un’anima. Mi chiedo quali difficoltà dovrò superare domani, e che cosa vedrò, dove sarò, con la stessa incertezza di un bambino che fantastica su cosa farà da grande.

 

Nel parco del Gran Sasso — Secondo giorno

July 13, 2018

Passo la mattina in uno stato di profonda spossatezza, per l’effetto combinato di scottature su gambe e braccia, numerosi graffi alle gambe provocati da sterpi ed erbe, e le prime vesciche ai piedi — e per aver trasportato lo zaino da 40 chili, il giorno prima, per 23 chilometri. Smontata la tenda, ricarico l’acqua alla vicina Fonte dei Banditi, che consiste soltanto in un tubo, nel bosco sotto la strada, dal quale sgorga un’acqua purissima e freddissima. Riprendo il sentiero dall’ennesima faggeta, ma il segnale si perde presto, e mi trovo a vagare per ore in un bosco luminoso ma così perfettamente uguale a se stesso in ogni direzione da sembrare un’illusione. É la prima volta che mi perdo completamente, a lungo. Sento la mente saturarsi di disappunto e frustrazione, visto che con uno zaino pesante ogni passo falso, ogni esplorazione per verificare se dopo quel fiumiciattolo ricominci il sentiero, o se la riga gialla su quell’albero sia naturale o artificiale, costa energia, sforzo, liquidi. Desidero così tanto che il sentiero riappaia, che comincio ad allucinarne il simbolo sui tronchi. Questo mix di stanchezza, frustrazione, e sensazione di essere disperso in un luogo che non saprei nemmeno indicare sulla mappa, diventerà la norma in questo viaggio. Ma durerà sempre poco. Il cervello si sposta presto dall’approccio passivo del “seguire” (la mappa, il sentiero), a quello attivo del “costruire“ una soluzione. La mappa, da norma astratta a cui ubbidire, diventa strumento di navigazione. Camminare diventa problem solving, e si fa’ stimolante, un’attività della mente quanto del corpo. Studiando la mappa e il terreno decido di sfruttare l’assenza di sottobosco per scendere la costa verso nord fuori sentiero, visto che alla base della collina dovrebbe passare una statale che segna il confine nord del parco. Alla fine della discesa mi imbatto in sottili linee di filo spinato, quasi invisibili tra i cespugli. Seguendole, raggiungo una strada bianca sterrata, che attraversa un torrentello fresco e schiumante, e che alla fine sfocia sulla strada principale. Noto che il sentiero che ho perso era diretto al paese di Castelli; stanco di perdere ore nel seguire sentieri inaffidabili, decido di raggiungere il paese nel modo più semplice possibile: la strada verso ovest.

Purtroppo la giornata è splendida, e la marcia di ore sulla strada non alberata, a mezzogiorno, si trasforma in un incubo di sole e afa. Il paesaggio è secco, collinare, completamente agreste. I campi profumano di erbe buone. Alcune colline sono usate a pascolo, ma moltissime sono coltivate. Incrocio trattori, masserie, pecore, mucche, qualche raro agriturismo. Il paesaggio è dominato dal giallo scuro, del marrone chiaro e dal verde. Nei viottoli di campagna spicca un fiore con sei petali dal colore rosso-arancione molto intenso, con macchie più scure all’interno, unico sul proprio stelo. Un serpente nero, lungo quanto i miei bastoni, mi taglia la strada. Trovo del fresco sul Colle della Saliera, alla Fonte delle Mandorle, prototipica fontana-abbeveratorio squadrata da cui il Dente del Lupo sembra vicinissimo: acuminato, calcareo, bianchissimo, ma addolcito subito sotto da prati e boschi fitti, e avvolto da nuvole in transito il cui continuo cambiare amplifica, se possibile, l’eternità della roccia.

Avvicinandomi a Castelli, la bellezza e la necessità della natura lasciano gradualmente spazio alla mediocrità e all’inessenzialità della quotidianità umana. Mi viene in mente che nemmeno il campo d’erbe o il bosco che conosciamo di più, che vediamo ogni giorno, ci sembra mai mediocre.

“Nature never became a toy to the wise spirit. The flowers, the animals, the mountains, reflected the wisdom of his best hour, as much as they delighted the simplicity of his childhood.”

“Within these plantations of god, a decorum and sanctity reign, a perennial festival is dressed, and the guest sees not how he should tire of them in a thousand years. In the woods, we return to reason and faith.”

~ Ralph Waldo Emerson

Passo davanti alla chiesa e alla scuola di ceramica, raggiungendo infine il centro, minuscolo e semplice quanto incantevole, pullulante di artigiani della ceramica e di vasi di fiori. Costruito su uno sperone di roccia del Monte Camicia, il centro domina con eleganza i colli circostanti, i trattori, le strade, le foreste, il Fosso Rio, tutto, fino all’orizzonte.

“[…] consoled and tranquillised, as a traveller might be, resting for one evening in a strange city, by its stately aspect and the sentiment of its many fortunes, just because with those fortunes he has nothing to do.”

~ Walter Pater

Mi abbevero alla fontana vicino alla chiesa, lavandomi il viso tra gli sguardi di vecchi e di gente elegante, e riprendo il sentiero, che risulta presto mal segnato persino in paese. Percorro quindi l’ennesima strada dissestata di campagna, in una salita interminabile, e raggiungo il lago senz’acqua di Pagliara. Mi ci accampo. Prima di addormentarmi decido di esplorare un breve sentiero vicino, anch’esso in salita, che dice di portare alle rovine di una rocca. La luce diminuisce, l’atmosfera si fa’ sempre più umida. Con me solo il coltello e una torcia. Non raggiungo la rocca, ma entro in un’alta area rocciosa, con grossi macigni, ampie grotte aperte con ancora le tracce dei fuochi dei pastori e le impronte delle pecore, enormi fenditure nella pietra — fredde, umide, oscure, abitate da vegetazione aliena — e alberelli cresciuti sulla roccia come nei dipinti del Quattrocento. Il tramonto trasforma il Dente del Lupo in una parete rosa pallido. Il bosco forma un profilo netto, nero, omogeneo, perfettamente piatto, contro l’ultima luce nel cielo. Anche le colline si appiattiscono, e costruiscono infiniti piani, di infinite sfumature diverse, intrecciati gli uni agli altri come un tessuto e come una scenografia teatrale al tempo stesso. Ho la sensazione di non essere in grado di assorbire tutti i dettagli di questa bellezza, né di poterli in qualche modo salvare per riviverli. Appare Venere. In basso, nelle finestre di Castelli e nelle piccole masserie sulle colline, si accendono le prime luci. Un ultimo cane abbaia, lontano.

 

Nel parco del Gran Sasso – Primo giorno

July 10, 2018

La rocca di Calascio si allontana alle mie spalle, ma rimane a lungo all’orizzonte. Prati semplici, paesaggio di campagna, qualche roccia bianca, tanto sole. Avvicinandomi a piedi, coi bastoni, a Castel del Monte, mi sento come un pellegrino medievale; il piccolo paese arroccato, nitido sotto la luce di mezzogiorno, sembra un dipinto del Duecento. “Qua il tempo s’è fermato” mi dice un passante. Mi avvicino quindi al Monte Bolza e alla Cima di Bolza, attraversando prati con erba semplice, fresca, bassa, dominati da gigantesche erbe con grappoli di fiori gialli appesi ad un alto stelo centrale. In alto, vicino al Bolza, compaiono le prime pecore e si sentono le imprecazioni dei primi pastori. I pascoli sono punteggiati da tantissimi piccoli depositi di frammenti di roccia, di un colore che va dal bianco al grigio chiaro, dall’aspetto quasi artificiale. Uccelli scuri girano intorno al Bolza, vicinissimi alla roccia, emettendo un verso lugubre che sentirò ancora ogniqualvolta mi avvicinerò ad un picco. Più in là, un’aquila.

Scavalcato Guado della Montagna continuo a dirigermi a nord, raggiungendo un piccolo canyon che segna il confine sud di Campo Imperatore. Di fronte a me, il Monte Prena, aguzzo e tormentato, e il Monte Camicia, più calmo. All’interno del canyon perdo il sentiero verso est, ma dopo un’ora incrocio una statale che decido di seguire. Il paesaggio si tramuta velocemente nella tipica steppa grigia, ventosa e nuvolosa di Campo Imperatore, le cui colline conservano tuttavia una morbidezza che sembra fuori posto. Da molto lontano si scorge un raduno di bikers e una nuvola di fumo, che si rivela essere un’enorme grigliata di arrosticini. La semplicità di quell’unico avamposto umano mi ricorda quella dei paesini lapponi ai confini con la Norvegia: c’è solo una macelleria, un bar, e un’enorme batteria di griglie self-service. Ricarico l’acqua ad una fontana e chiedo in giro dove mi trovo e come raggiungere il sentiero. Mi mandano a parlare col proprietario del posto, in macelleria, una persona cordialissima che mi dice subito che a Campo Imperatore i percorsi non sono segnati. “Qua siamo a Fonte Vetica. Devi scavallare lì, lo vedi che c’è una specie di sentiero che porta al Vado di Siella, all’inizio di quel boschetto? Lì devi andare, quello è il vado.” indica un punto all’orizzonte, ma di boschi ce ne sono tanti e il sentiero non lo vedo. Decido di proseguire lungo la statale, attraversando da sud a nord un pezzo di Campo Imperatore. Trovo finalmente dei segnali, che cambiano poi colore e si perdono subito nell’immensità dei prati. Un abbeveratoio grigio, rettangolare, il prototipo di molti di quelli che incontrerò in seguito, ha la sobrietà e l’equilibrio degli oggetti di grande design.

Costeggio i boschi e a intuito ritrovo la traccia per salire. Mi arrampico lentamente lungo la costa rocciosa, incontrando resti di alberi selettivamente bruciati. Sotto di me, i prati di Campo Imperatore si fanno sempre più piccoli. Vicino al Vado di Siella sento una sorta di fischio ripetuto: è un camoscio che, dall’alto di una rupe, vicinissimo, mi osserva a lungo, mantenendo saldamente la propria posizione. In cima, la roccia lascia spazio ad un breve prato di erba bassa, dolce malgrado il vento, di un colore verde molto intenso. Attraversandolo metto in fuga un capriolo, che si ripara dietro macigni muscosi e lontani. Per la prima volta mi trovo in mezzo a una nuvola, e la nebbia blu-grigia che avvolge prato e roccia conferisce al paesaggio un’atmosfera sospesa e primigenia, da mitologia nordica. Alla fine del prato il sentiero si insidia in un bosco di faggi che sembra non sia mai stato violato dall’uomo. Entrandovi, ho per la prima volta la sensazione di entrare in casa di qualcuno senza essere stato invitato. Dal prato luminoso, il mio ingresso nel bosco mi ricorda il Dante di Dürer che si accinge a entrare nella selva oscura. Dall’interno, la foresta immobile sembra zona da lupi e orsi. Perdo presto il sentiero: segnali scarsi e numerosi alberi sradicati che supero con fatica. Un verso sconosciuto e vagamente minaccioso mi accompagna per un tratto, poi svanisce. Discendo a intuito la costa di Rigopiano, cercando di muovermi sempre verso nord, e infine riesco a incrociare una statale. Mi accampo in uno spiazzo sassoso appena fuori dalla strada.

Chute des anges rebelles

June 19, 2018

~ Frères Limbourg, “Très riches heures du duc de Berry”, 1411-16.

May 13, 2018

“We succeeded in taking that picture [from deep space], and, if you look at it, you see a dot. That’s here. That’s home. That’s us. On it, everyone you ever heard of, every human being who ever lived, lived out their lives. The aggregate of all our joys and sufferings, thousands of confident religions, ideologies and economic doctrines, every hunter and forager, every hero and coward, every creator and destroyer of civilizations, every king and peasant, every young couple in love, every hopeful child, every mother and father, every inventor and explorer, every teacher of morals, every corrupt politician, every superstar, every supreme leader, every saint and sinner in the history of our species, lived there on a mote of dust, suspended in a sunbeam.

The Earth is a very small stage in a vast cosmic arena. Think of the rivers of blood spilled by all those generals and emperors so that in glory and in triumph they could become the momentary masters of a fraction of a dot. Think of the endless cruelties visited by the inhabitants of one corner of the dot on scarcely distinguishable inhabitants of some other corner of the dot. How frequent their misunderstandings, how eager they are to kill one another, how fervent their hatreds. Our posturings, our imagined self-importance, the delusion that we have some privileged position in the universe, are challenged by this point of pale light.

Our planet is a lonely speck in the great enveloping cosmic dark. In our obscurity – in all this vastness – there is no hint that help will come from elsewhere to save us from ourselves. It is up to us. It’s been said that astronomy is a humbling, and I might add, a character-building experience. To my mind, there is perhaps no better demonstration of the folly of human conceits than this distant image of our tiny world. To me, it underscores our responsibility to deal more kindly and compassionately with one another and to preserve and cherish that pale blue dot, the only home we’ve ever known.”

~ Carl Sagan, 1994.

National Gallery Berlin

January 13, 2018

Alexandre Calame

Campagna landscape, Arnold Böcklin

Ocean breakers (the sound), Arnold Böcklin

Deep in the forest by moonlight, Friedrich

Moonrise by the sea, Friedrich

Knight's castle, Lessing

Castle by the river, Schinkel

Tilla Durieux depicting Circe, Von Stuck

And also: “Cabin covered in snow”, Friedrich. “After the rain”, Baum. “Low country at the Rhine”, Thoma.

March 18, 2017

Il suo sguardo, per lo scorrere continuo delle sbarre,
è diventato così stanco, che non trattiene più nulla.
E’ come se ci fossero mille sbarre intorno a lui,
e dietro le mille sbarre nessun mondo.

L’incedere morbido dei passi flessuosi e forti,
nel girare in cerchi sempre più piccoli,
è come la danza di una forza intorno a un centro
in cui si erge, stordito, un gran volere.

Soltanto a tratti si alza, muto, il velo delle pupille.
Allora un’ immagine vi entra, si muove
Attraverso le membra silenziose e tese
E va a spegnersi nel cuore.

~ “La pantera”, Rainer Maria Rilke.

François Marius Granet

December 29, 2016